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Aggiornamento terzo capitolo


Originariamente questo capitolo avrebbe dovuto essere completamente di narrazione, ma poi, per non rovinare l'atmosfera del quarto capitolo, ho deciso di togliere da lì un dialogo purtroppo indispensabile alla comprensione degli avvenimenti, e inserirlo invece qui, in modo tale che il terzo capitolo risultasse anche meno pesante. Niente Subaru per almeno due capitoli, comunque. Avevo bisogno di delineare meglio la figura di Kamui, la sua posizione, i suoi pensieri, dato che è lui il personaggio che ha subito più cambiamenti a livello caratteriale. Anche a costo di farlo somigliare un po' a Subaru stesso, in certi punti. Dopotutto, per come ho fatto finire io X, hanno subito lo stesso destino, quindi è inevitabile che certi pensieri risultino uguali. Ma le somiglianze finiscono qui, dato che sono la prima a sostenere che loro due sono molto diversi.^^'' Lo dico solo perchè mi rendo conto che questo capitolo sfiora l'OOC, nonostante i miei sforzi. ç_ç
Volevo mantenere la tradizione del titolo di una sola parola, ma mi sono già smentita... Solo "Light" era troppo poco esplicativo.XD

Title: *Love the Nemesis**
Fandom: X1999
Pairing: SubaruKamui
Summary: dove ci viene presentato un Kamui che, alle prese con "il mondo della luce", cerca di 'ricominciare' a vivere.

NB Per i capitoli precedenti, cliccare il tag *love the nemesis*

Prossimo aggiornamento: 12 ottobre




*Love the Nemesis*

Capitolo III : The world of Light

Era una nevosa mattina di inverno, quella che Kamui scorse sbirciando da dietro le tende della sua camera. I fiocchi di neve, leggeri, ancora cadevano, posandosi sugli alberi spogli che, reduci dalla bufera notturna, sembravano rivestirsi di una chioma candida. Non aveva mai visto la neve da quando era lì a Tokyo e questo lo riportò col pensiero agli anni che aveva passato in Hokkaido con sua madre in attesa del giorno promesso. Amava la neve, gli era sempre piaciuta, anche se ora non era che foriera di tristi ricordi. Sospirando, chiuse le tende.

A tastoni cercò l’interruttore della luce, rischiando di inciampare nella valanga di oggetti di-cui-la-metà-non-ancora-identificati con cui Nokoru lo aveva riempito in preda alla gioia di rivederlo. /Vivo/, si suppone. Ma sorrise, e questo portò un po’ di luce in quella giornata. Era piacevole il pensiero che qualcuno si prendesse ancora cura di lui in quel modo; in fondo non gli aveva procurato che angoscia col suo comportamento assurdo. Avrebbe potuto abbandonarlo, lasciarlo perdere, eppure, quando gli si era ripresentato davanti elemosinando un tetto sulla testa, lo aveva riaccolto con sé, sgridandolo per il fatto di non aver chiamato per tutto quel tempo e pregandolo pure di chiamare quel luogo ‘casa’. La sua casa. Il CLAMP campus. Suonava bene.

Aveva anche ripreso a frequentare i corsi in vista del diploma. Se voleva rifarsi una vita, quello era decisamente il modo migliore per farlo: degli amici, esami a ogni piè sospinto per distrarlo da eventuali brutti pensieri, un lavoretto in un negozio di fiori. Come se nulla fosse successo, come se il tempo si fosse congelato a 5 anni prima di tutto quell’orrore. Il tempo. Che concetto deleterio. Una vita normale, vissuta sulla superficie della propria coscienza, era quello che aveva sognato, no? Non essere costretto a pensare di dover perdere tutto al primo passo falso, la rilassatezza nello stringere rapporti che se anche si fossero sciolti, non avrebbero lasciato solchi dentro di sé… amava tutto questo. Profondamente. Gli esseri umani, per essere felici, non hanno bisogno di approfondire troppo il loro mondo interiore, non hanno bisogno di provare certi sentimenti. Per questo riteneva di non poter più essere felice, come Subaru gli aveva detto.

Non lo aveva più incontrato da quel giorno. Erano passati due mesi e quella notte era come se non fosse mai esistita, avvolta dalla nebbia onirica dell’oblio. Ma lui sapeva che c’era stata davvero, e non l’avrebbe dimenticata. Non voleva pensare che esistessero ricordi non degni di essere ricordati. Per Fuuma, avrebbe continuato a ricordare questo e molto altro. Sarebbe vissuto alla luce del sole, come lui voleva. Avrebbe sorriso, anche se non a lui, non più. Perché il suo viso ora abitava solo nei suoi ricordi, più brillante e splendente che mai; non lo avrebbe mai visto invecchiare: per sempre, giovane e non contaminato dall’offesa del tempo, lo avrebbe seguito ovunque si fosse recato. Per questo andava bene che la sua casa fosse l’istituto CLAMP: qualunque luogo sarebbe andato bene, finché non avesse cancellato la sua ombra dagli occhi.

Guardando l’orologio si rese conto che era tardi, quindi con un salto oltrepassò il letto per raggiungere l’armadio dall’altra parte della stanza, da cui sfilò una maglione a caso ed un paio di jeans scuri; si chiuse in bagno per una doccia per cui impiegò circa 5 minuti, per essere fuori di casa 10 minuti dopo. Eh no, decisamente non aveva il tempo per mettersi a fare certi pensieri, perlomeno non la mattina. Di corsa raggiunse il posto di lavoro e lì, prendendo gentilmente in prestito il motorino del proprietario e promettendo che avrebbe fatto attenzione al ghiaccio sulla strada, iniziò il giro canonico per la città recapitando fiori a destra e a manca. Era stato Nokoru a raccomandarlo per quel lavoro e Kamui aveva accettato, incapace di smontare il suo entusiasmo nel pensarlo lì. “Un fiore tra i fiori!” aveva esclamato entusiasta, e di lì a un’ora era stato già assunto. Ripensandoci, non avrebbe più commesso l’errore di confidarsi con lui. Proprio no.

All’una staccava; di solito pranzava al Duklyon dell’istituto CLAMP, per poi recarsi in biblioteca a studiare, per tenersi al passo con il programma terrificante che proprio Nokoru aveva avuto il coraggio di rifilargli. A volte aveva proprio l’impressione che si divertisse un mondo a scioccarlo. E forse non era un pensiero neanche totalmente fuori luogo. Qui trovò un gruppo di suoi compagni di scuola, disperati almeno quanto lui al pensiero dell’esame di fine trimestre, con cui si ritrovò a scambiare appunti, chiacchiere, consigli… come un ragazzo normale. Non sapevano nulla di lui, eppure lo accettavano, fintanto che Kamui si mostrava disposto a tollerare la loro compagnia. Troppo tempo aveva passato da solo per poter davvero apprezzare la loro presenza, ma ora quelle persone costituivano ciò di cui aveva bisogno per uscire da quel corridoio buio, da quel mondo in cui si era trattenuto quattro anni di troppo, per inseguire l’ombra di un uomo che pensava potesse fare ancora qualcosa per lui. Che cieco era stato. Anzi. Aveva voluto essere.

Alle 8 p.m. iniziavano le lezioni, che si protraevano fino a sera inoltrata, quando esausto tornava a casa e non aveva nemmeno la forza per arrivare fino al letto. Spesso gli era capitato di svegliarsi la mattina dopo con gli abiti del giorno prima; ancora adesso non aveva fatto del tutto l’abitudine al ritmo frenetico di quei giorni tutti uguali, incapaci di procurargli la più piccola emozione o serenità. Non pensava, non si scopriva mai troppo, cercava sempre di darsi un’aria tranquilla per non scatenare le domande delle persone che lo circondavano. A volte, il pensiero di non essere in grado di farcela gli divorava il cuore: quando accadeva, bastava che si alzasse e con la scusa di andare in bagno, facesse degli esercizi di respirazione molto utili che in passato gli aveva mostrato Sorata. Fin dove sarebbe stato capace di spingersi? Non poteva continuare così, lo sapeva. Non quando non gli importava nulla delle persone che lo circondavano.

E così si era riscoperto debole. Proprio lui che aveva avuto la forza di ricominciare quando tutto sembrava perduto, si ritrovava a mendicare per un attimo di sollievo. Era proprio vero: non si può ricominciare d’accapo, senza una speranza da stringere tra le dita. E cosa gli era rimasto attualmente? Niente? Ma chi ha il potere di definire cosa sia ‘tutto’ o ‘nulla’?

Si sentiva arido. Nulla sembrava in grado di renderlo davvero vivo. Legarsi ad altri esseri umani? Come avrebbe mai potuto? Non erano loro le persone che voleva accanto. Per quanto fossero belli, carismatici o intelligenti –e sicuro lo erano per frequentare l’istituto CLAMP- nessuno di loro sembrava toccarlo davvero, anche se accorgendosi del suo dolore, cercavano di tirarlo su di morale. Non era capace di ricambiare, in nessun modo. Era anche accaduto che ricevesse delle dichiarazioni d’amore e una di queste da una ragazza senz’altro molto carina, ma il suo cuore non riusciva ad accettarlo, non ne era in grado. Kotori lo aveva ridotto in pezzi, e Fuuma ne aveva polverizzato i frammenti rimanenti. Se amava la compagnia del Sumeragi, era perché, come lui, quel ragazzo era una bambola rotta; ma ora di lui non era più rimasto neanche quello, come un cadavere che per dare l’illusione della vita, indossava la maschera del Sakurazukamori.

Si addormentò, ma la notte non gli concesse tregua. Incubi orrendi sembravano ingoiarlo; lui fuggiva, fuggiva, lontano fuggiva, ma non riusciva mai a scappare. Alla fine veniva sempre preso e trascinato nell’oscurità più profonda; qualcuno o qualcosa urlava “Non puoi fuggire!” e lì si svegliava.

La mattina arrivava sempre come una benedizione: la luce del sole che gli accarezzava le guancie era la promessa che un giorno di più sarebbe stato capace di onorare il suo patto con Fuuma. “Ce la farò” si diceva, ma non vi credeva mai abbastanza da poterne sorridere. Non credeva più nelle illusioni in generale, non quando queste erano andate distrutte definitivamente. Era anche accaduto che per infondersi coraggio, fosse stato tentato di cercare un motivo, una giustificazione al suo atto, del tipo: ‘se l’ho ucciso è stato per il bene suo e della Terra’. Ma poi, disgustato da quel pensiero, vi rinunciava: si era ripromesso di non cercare mai della scuse per quello che aveva fatto, anche a costo di rendere insopportabile il dolore.

Durante quei quattro anni, non aveva sentito la necessità di martoriarsi in quel modo per quanto era accaduto; forse perché la vita che conduceva era già di per sé miserabile. Era vero. Aveva usato Subaru come una scusa per ‘non vivere’, per non essere costretto a tornare in un mondo in cui Fuuma non era più presente. Certamente con quel “Perdonami”, Subaru aveva peccato di insensibilità, mostrandogli la sua crudeltà e il suo egoismo anche in un momento simile, ma sapeva che non poteva attribuirgli colpe, se gli aveva permesso di distogliere la propria attenzione dal corpo di Fuuma. E il perché lo sapeva bene.

In quell’istante, aveva desiderato che Subaru lo uccidesse. Era il Sakurazukamori, no? Che compiesse il suo lavoro, allora. Ma Subaru non aveva compreso la sua tacita richiesta, e forse nemmeno aveva voluto farlo. Quel ‘perdonami’, poteva credere che fosse perché Subaru non aveva potuto ucciderlo? L’aveva condannato a vivere. Perché? Eppure doveva sapere cosa significasse essere condannato a vivere una non vita.  …no, non era questo. Non avrebbe avuto alcun senso. Ma una risposta, esiste? A quanto pare esisteva, ma a lui non era stato concesso di conoscerla, chissà per quale astruso motivo. Solo, alla fine non aveva risposto nemmeno ad una delle sue domande. “Desideri uccidermi?”, solo questo era stato in grado di dire. Cosa gli era passato per la testa per fargli una domanda del genere? Che senso avrebbe avuto per lui ucciderlo?

Turbato, scacciò dalla sua mente quei pensieri scomodi. Ora doveva cercare Arashi, quindi doveva smettere di pensare a lui come a qualcuno che doveva ancora essere trovato, salvato. Chiuse gli occhi. In realtà non aveva mai pensato di poter ‘salvare’ nessuno. Il motivo per cui li cercava non era certo perché pensava di poter fare qualcosa per loro. Solo… -e qui si strinse alle coperte del letto, come se un forte tormento lo avesse colto all’improvviso.- …era stato lasciato indietro. Tutti erano andati avanti, ma lui non ne era stato in grado, nonostante questa fosse la volontà di Fuuma. La verità era che si sentiva debole, e per questo li stava cercando; quasi come se pensare di non essere l’unico fosse un modo per rendere il suo nulla meno profondo. Come lui, anche Subaru e Arashi erano stati lasciati indietro, e questo pensiero lo aiutava; cercare la loro compagnia lo aiutava, perché sapeva che nei loro occhi non avrebbe trovato la ‘vita’, né aspettative nei suoi confronti, niente. Avere un obiettivo, sapere di non essere solo, rendeva la sua vita meno amara, l’assenza di ‘lui’ meno evidente al suo cuore. Cercare di nasconderlo sotto pensieri futili per non perdere ogni cosa, era davvero così sbagliato? Per vivere, come lui desiderava.

Per questo si era arrischiato per quattro anni a cercare il Sakurazukamori. Nell’istante in cui aveva abbandonato l’ospedale, aveva già deciso che sarebbe vissuto per Fuuma, che non avrebbe più cercato la morte per mano di Subaru, assolutamente, anche se questo non voleva dire che non rimpiangesse il fatto di non averla ottenuta. Ma ora era troppo tardi, per qualunque cosa. Lo sapeva, con quel ‘perdonami’ aveva perduto Subaru definitivamente. Non aveva voluto crederci, e per questo lo aveva seguito, ma era ora che accettasse la realtà: cercarlo era stato un errore. Per quanto questo gli avesse fornito un pretesto per vivere, non avrebbe dovuto farlo.

E ora? Avrebbe continuato a cercare Arashi? Voleva farlo, anche se si fosse rivelato inutile. Lei era in una posizione diversa, rispetto a Subaru; aveva bisogno di essere trovata, ne era sicuro, perché aveva imparato a  conoscere il suo carattere. Sapeva che anche se si mostrava forte, inflessibile, era lei la più fragile. Lo aveva capito quella volta, quando l’aveva vista piangere così disperatamente sul corpo di Sorata, impedendo quasi loro di portarlo all’ospedale, e ne era rimasto sconvolto. “Allora è questo che si prova ad amare qualcuno dal profondo del cuore?”si era chiesto. Lui all’epoca non conosceva ancora questo sentimento. E ora che Fuuma era morto, non avrebbe più potuto provarlo. Qui il cuore gli dolse, ferito, ma anche quella sensazione non durò molto: era quasi come aver rinunciato ad amare.

Era deciso, allora. Avrebbe continuato a cercare Arashi con l’aiuto di Nokoru, cercando intanto di vivere la sua vita. Non avrebbe più ripetuto lo stesso errore che aveva commesso con Subaru, non avrebbe fatto della sua ricerca il senso della sua vita, perché ora sapeva che non ne valeva la pena. Per un attimo si perse a pensare a lei, ai pensieri che potevano mai scuotere il suo cuore per indurla a fuggire così dal mondo. Sorata l’aveva sempre protetta da tutto. Anche se lei non se n’era resa conto, lui l’aveva rinchiusa in una rete di gentilezza, in cui il dolore, se passava, era filtrato, quasi inesistente. Ma ora, lei non aveva più Sorata; ciò che le era rimasto, era solo quel dolore. Kamui trovava insopportabile quel pensiero. Certo ciò che poteva fare era estremamente limitato, ma non l’avrebbe lasciata in quello stato. Sorata voleva proteggerla, per questo lui non l’avrebbe abbandonata, mai, anche se questo si fosse rivelato un errore peggiore di quello che aveva commesso con Subaru.

Sentendosi all’improvviso a disagio anche se senza apparente motivo, si decise ad alzarsi. Per ricominciare una nuova giornata vissuta sull’orlo dell’abisso, come in un incubo senza fine, questa volta ad occhi aperti.

oOoOoOoOoOoOoOoOoOo

Sei mesi dopo

Kamui correva. I corridoi del CLAMP campus erano ampi, ma questo non gli impedì di scontrarsi rovinosamente con uno o due studenti, con cui si scusò sbrigativamente mentre spariva dalla loro vista. Nokoru lo aveva fatto chiamare per una questione urgente, e su questo versante nulla di nuovo: era accaduto spesso che per saltare il lavoro, lo convocasse per delle sciocchezze, che si risolvevano essere tali solo quando ormai si trovavano davanti ad una fumante tazza di tè premurosamente preparata da Ijuin, uno dei suoi collaboratori più stretti. Ma questa volta era diverso. Di solito Nokoru lo faceva chiamare fuori dall’orario scolastico, quando sapeva di arrecargli il minor disturbo possibile; non faceva interrompere le lezioni a quel modo, mandando Takamura a chiedergli di raggiungerlo quanto prima.

Raggiunse l’ufficio con il fiatone; il CLAMP campus era un complesso di edifici molto esteso, e la presidenza si trovava da tutt’altra parte rispetto alla scuola in cui attendeva ai corsi serali. Vedendolo sbucare dalla porta, Nokoru si alzò dalla scrivania con un’aria preoccupata che a Kamui non piacque affatto. Cos’era successo, per agitarlo in quel modo? Provò a chiederglielo, ma non ottenne risposta; Nokoru si limitò ad osservarlo esitante per alcuni secondi prima di dire alcunché.

“È che alcuni testimoni oculari affermano di aver avvistato Arashi qui a Tokyo, Kamui.”

Se era una buona notizia, perché l’espressione sul suo viso non si rilassava? L’ansia magicamente si impadronì di lui.

“Le è successo qualcosa? Cosa intendi per testimoni oculari? Posso incontrarli?” La preoccupazione esalava dalla sua voce in modo evidente, ma nonostante ciò, Nokoru non fece nulla per tranquillizzarlo. Eppure doveva essersi accorto dell’agitazione che quel comportamento aveva instillato in lui; ma allora perché taceva?

L’impazienza dipinta negli occhi di Kamui era ben visibile a Nokoru, che si costrinse a rispondere.

“…Non puoi. Perché quelle persone ora sono tutte sotto ricovero.”

Kamui sbiancò.

“Che significa?” chiese con un filo di voce. Ma Nokoru, mantenendo sempre quell’aria grave sul suo volto, ancora una volta non rispose subito. Kamui allora capì che taceva perché non sapeva come porre la questione con quel po’ di tatto che la decenza gli imponeva. Ma quando lo vide ricominciare a tergiversare, capì che se Nokoru non lo aveva trovato, probabilmente davvero quel ‘modo’ non esisteva.

“Aveva una katana, con sé. E…” qui si bloccò, in evidente difficoltà.

Fu come se Kamui lo sentisse parlare dal fondo di un corridoio; lo shock per l’allusione nascosta nelle sue parole gli tolse ogni forza, gli bloccò ogni reazione. Ma lo stordimento servì almeno a fargli tornare una parvenza di calma, anche se dentro era tutto tranne che a posto.

“…Ne conosci il motivo?” perché doveva esserci un motivo.

Nokoru, preoccupato per quella reazione così fredda, si affrettò a spiegare. Era agitato. E non tanto per Arashi, bensì per Kamui. Non sapeva ‘quanto’  fosse necessario che lui sapesse per permettergli di vivere in pace con se stesso, ancora. Ma era stato lui a chiedergli di indagare, quindi davvero poteva esimersi dal dirgli qualcosa? Non poteva. In un certo senso non c’era modo di evitargli quel dolore.

“ ‘Quelle’ erano tutte persone che per qualche motivo avevano l’ordine di seguirla. E alcuni di loro erano miei uomini” Sorrideva, ma l’amarezza nascosta nelle sue parole ferì Kamui. Era colpa sua se quegli uomini avevano rischiato di essere uccisi. Se solo non gli avesse chiesto di aiutarlo … Vinse il rimorso.

“Vado a cercarla” da solo.

“No, Tokyo è troppo grande” vuoi passare altri quattro anni, in quel modo…?

“So badare a me stesso” Quindi lasciami andare.

“Non è questo il problema, non trovi?”

Ma si sbagliava, e ne era consapevole. Il vero problema era in lui. Sin dal primo istante si era preoccupato per Kamui, per il fatto che dovesse sostenere un destino del genere, pur essendo così giovane. Era brutto da ammettere, ma era per questo che aveva deciso di aiutarlo, di appoggiarlo in modo così totale, dopo quella tragedia. Ma aveva imparato a volergli bene anche per il ragazzo che era; questa realtà non poteva essere cambiata. Ed era proprio per questo, se non riusciva a lasciarlo andare.

Kamui era consapevole che cercare Arashi a tappeto, come aveva fatto con Subaru, non era una grande soluzione. Con lui aveva agito così perché non voleva coinvolgere nessun’altro nella ricerca del Sakurazukamori. Era troppo pericoloso. Ma Arashi non avrebbe dovuto esserlo. Cosa le era successo?

“E gli altri che la seguivano, chi erano?”

“Stiamo indagando. Ma da quello che siamo riusciti a scoprire, è feccia. Della peggior specie.”

“Feccia? Intendi yakuza?”

Nokoru si limitò ad annuire tenendo il volto basso. Ancora non sapeva se fosse un male che Kamui sapesse quelle cose, ma non poteva nascondergliele, era suo diritto sapere. Per questo decise di mettere da parte gli scrupoli e rispondere a tutte le sue domande, una ad una, a prescindere da quale sarebbe stata la sua decisione alla fine. Glielo doveva, almeno questo.

Kamui riprese a parlare, ma la sua voce suonò tremendamente innaturale alle orecchie dell’uomo che la udì; era  come se fosse impregnata di paura.

“…non è nei guai con il governo, vero…?”

Sorpreso, Nokoru alzò lo sguardo su di lui: il terrore gli sfigurava il viso.

“Non lo so! Perché?” Era in panico. Perché tutt’ad un tratto gli chiedeva quello? Kamui però tacque, mentre le guancie assumevano un colorito cadaverico.

Pensava: e se si fosse alleata con gli yakuza per vendicare la morte di Sorata? Sorata dopotutto, era stato ucciso dalla parte oscura di Hinoto, e questo era stato il motivo per cui lui stesso, realizzando che non c’era modo di riportarla indietro, l’aveva uccisa. Era lo stesso motivo per cui aveva ucciso Fuuma, dopotutto: usare la spada divina per riportarlo a sé, non aveva significato che solo una cosa, la liberazione attraverso la morte. Ma mise da parte questi pensieri; ora era necessario pensare a come salvare Arashi. Lei non sapeva che Hinoto era morta, né aveva potuto saperlo in seguito, dato che l’esistenza di quella yumemi era stata un segreto di stato. Il motivo per cui non poteva esserne a conoscenza, era perché quando Hinoto morì, Arashi era appena scomparsa; Kamui l’aveva uccisa sulla torre di Tokyo, prima dell’arrivo di Fuuma, prima dell’inizio della vera e propria fine del mondo. E lei gli aveva detto ‘grazie’. Morendo, aveva realizzato il suo desiderio? Non aveva fatto in tempo a chiederglielo.

Ma la sua prima preoccupazione fu coperta da una seconda, più fosca, che lo terrorizzava. Se doveva fermarla, era anche perché essere una minaccia per lo stato, significava avere a che fare con un’altra abominevole entità: il Sakurazukamori. Dubitava che Subaru avrebbe mai potuto uccidere Arashi, ma ne era davvero sicuro…? Se lei gli avesse chiesto di ucciderla, lui si sarebbe fermato? Scoprì che non sapeva darsi una risposta, e si sentì stupido per questo, perché anche dopo tanto tempo, non capiva se quello fosse ancora l’uomo che conosceva.

“Nokoru”sussurrò appena, con voce strozzata.

“Si?”

“Puoi darmi una mano a cercare Arashi? Devo trovarla il prima possibile” …prima che la trovi lui.

Nokuru continuava a non capire cosa lo avesse spaventato fino a quel punto, ma si ritenne soddisfatto di quella richiesta; dopotutto era quello che voleva sentirsi dire.

“Certamente!” e sorrise. Entrambi sapevano che sarebbero potute andarci di mezzo ancora altre persone, ma se ne sarebbero preoccupati dopo: ora trovare Arashi aveva la priorità.

“Ti ringrazio”

L’aria serena con cui Kamui pronunciò queste parole, rilassò Nokoru, che si ritrovò di cuore a sperare che non fosse troppo tardi, che per quel ragazzo non fosse ancora impossibile trovare la felicità.



 


Comments

( 5 Fallen Leaves — Leave a leaf )
madhatter_hali
Oct. 2nd, 2008 02:40 pm (UTC)
mi hai nominato fuuma almeno 5 volte..che colpo al cuoreee ç_ç fuumaaa I love youuuu!!!
ma io quanta pena provo per kamui? me lo vuole abbracciare povero cucciolo >.<
oddio che cosa dico? O__O
va be...
arashi yakuza è una geniata davvero una geniata derdra!!! complimenti [hug]
eris4
Oct. 2nd, 2008 04:11 pm (UTC)
Arashi sarà al centro del prossimo capitolo, diciamo. Mi spodesta Kamui, praticamenteXDDD
Ho nominato Fuuma un po' troppo, dici? è che volevo dare l'idea di come fosse sempre al centro dei suoi pensieri. *della serie:"anche se è morto, non mi dimentico di lui"** Almeno fin quando le cose non cambieranno, continuerà ad essere nominato, temo^^''
*La mia non è una sadica intenzione nei tuoi confronti** O almeno penso. (lol)
madhatter_hali
Oct. 2nd, 2008 08:36 pm (UTC)
..... spero che non lo siaXD
forza arashi!!! spacca tuttoXD
almeno io mi dimentico di kamui...cucciolotto anche fuuma è sempre nei miei pensieri ç__ç o meglio era.. prima dell'arrivo di ichigo lavi e zoroXD
eris4
Oct. 3rd, 2008 10:06 am (UTC)
.....

Povero Fuuma. Sento pena io per lui.^^''
madhatter_hali
Oct. 3rd, 2008 09:19 pm (UTC)
no ma lo amo ancora infondo...è anche colpa delle clamp che non mi dicono che fine hanno intenzione di fargli fare..sai vorrei evitare di amare un morto di nuovo -.-
( 5 Fallen Leaves — Leave a leaf )