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Aggiornamento quarto capitolo

Questo capitolo è interamente incentrato sull'incontro di Kamui con un personaggio di cui si parla sin dal primo capitolo. Senza quest'incontro non inizierebbe niente; Kamui avrebbe continuato a tentare di ritrovare la forza per ricominciare (e chissà che un giorno non ci sarebbe davvero riuscito, anche se a mio parere non sarebbe comunque più riuscito ad essere felice), e non avrebbe più incrociato la strada di Subaru, che d'altronde si sarebbe guardato bene dal riavvicinarglisi. è un capitolo che suona volontariamente destabilizzante, che ha lo scopo di vanificare tutti gli sforzi fatti finora, per porre le basi di quello che io chiamo il mondo in rosso&nero.

Title: *Love the Nemesis**
Fandom: X1999
Pairing: SubaruKamui
Warning: ho di nuovo sfiorato l'OOC per il suddetto personaggio, ma era necessario, assolutamente. Ma non è finita qui. Lo riprenderò più avanti per riassestarlo e ridargli un equilibrio.
Summary: dove Kamui fa un incontro che 'cambierà' il suo destino.
Ah, lo Hitsuzen...XD

NB Per i capitoli precedenti, cliccare il tag *love the nemesis*

Il prossimo aggiornamento sarà il 22 ottobre.


*Love the Nemesis*

Capitolo IV:  Rain

Mancavano solo pochi minuti alla fine del suo turno di lavoro, quando Kamui si ritrovò a guardare sconsolato fuori dalla finestra: la pioggia, leggera fino a qualche attimo prima, si era trasformata in un autentico diluvio, come a preannunciare l’imminenza dell’estate e i suoi violenti tifoni. Con un sospiro si rassegnò a prendere in prestito uno degli ombrelli presenti lì in negozio e a tornare immediatamente a casa per il pranzo. Certo, non era un cuoco provetto, ma qualcosa sapeva ancora arrangiarla dopotutto, giusto quanto bastava nei momenti di necessità come quello.

Aveva appena messo piede fuori dal negozio, che si rese conto di quanto la sua impresa fosse disperata: aveva percorso solo tre passi, e a causa del vento contrario era già fradicio fino alle ginocchia. Preoccupato, tornò a ripararsi sotto la tenda che sporgeva dal negozio, mentre vagliava le possibilità che gli si prospettavano: il negozio di fiori era compreso all’interno del CLAMP campus, ma la distanza che lo separava dal proprio appartamento era troppa per sperare di arrivarci integro; gli sarebbe convenuto prendere il trenino che attraversava tutto il campus, ma questo non toglieva che avrebbe comunque dovuto arrivare davanti alla fermata, il che era fuori discussione: se doveva infradiciarsi per arrivare fin lì (ed era davvero distante), tanto valeva correre a casa direttamente.

Decise di aspettare che spiovesse un attimo, ma dopo un quarto d’ora si era già stufato di aspettare; si era quasi convinto a correre sotto la pioggia fino a casa, quando gli tornò in mente che avrebbe potuto passare esternamente al CLAMP campus, dato che appena all’esterno c’era una stazione della metro. Presala, avrebbe sfruttato poi una delle uscite secondarie per rientrare nel complesso scolastico. Era una soluzione più semplice rispetto al trenino, semplicemente per una questione di distanze rispetto alla fermate corrispondenti. Provare, dopotutto, non avrebbe fatto male a nessuno; al limite sarebbe arrivato a casa bagnato come un pulcino.

Era a pochi passi dalla fermata dalla metro, quando gli parve di vedere con la coda nell’occhio un ‘qualcosa’ muoversi veloce, quasi come un guizzo, sospeso per aria. Sbalordito prese a guardarsi attorno per assicurarsi di non avere le allucinazioni e gli parve di scorgere una sagoma saltare da un palazzo ad un altro nella direzione in cui la ‘cosa’ era svanita. Lo colse uno strano presentimento, e per questo prese a correre nella direzione verso cui l’aveva vista muoversi. Non dovette percorrere molti metri per constatare che la figura si era fermata sul tetto di un hotel di a quattro stelle, e che pareva quasi aspettarlo. La pioggia gli offuscava la vista, ma quanto vide bastò a dare una conferma ai suoi pensieri: una gonna, lunghi capelli neri… Arashi.

Si avvicinò cercando di farsi riconoscere, in modo da non incuterle timore; ma lei, dopo essersi voltata, svanì dietro un angolo. Riprese a inseguirla, chiedendosi perché fuggisse nonostante lo avesse visto, ma fu distratto da questi pensieri dal fatto che si era perso: i vicoli che stava attraversando appartenevano ad una zona di Tokyo che non conosceva, e per Arashi era stato semplice fargli perdere la bussola. Imboccò l’ennesimo viottolo, ma di Arashi nemmeno l’ombra. Preso dalla frustrazione lo percorse fino in fondo, per scoprire che conduceva ad un vicolo cieco. Sentendosi in trappola, quasi come se da cacciatore si fosse tramutato in preda, si fece prendere dall’ansia, quindi fece per tornare indietro, per scoprire solo di essersi perso.  

“Maledizione! Dove sei Arashi?! Ho bisogno di parlarti!” Ma la sua voce si perse nel nulla. Come poteva averla trovata ed essergli sfuggita in quel modo dalle mani? Anche con Subaru era stato così, per quattro lunghi anni: non importava quanto vicino gli giungesse, alla fine riusciva sempre a dileguarsi da lui e correre via lontano. Sapeva che se voleva prenderlo al più presto, avrebbe dovuto farsi più furbo, sfruttare il suo stupido orgoglio, la sua triste abitudine a scegliere solo i casi di persone per cui era impossibile continuare a vivere normalmente, ma la crudele realtà era che per lungo tempo non aveva desiderato per davvero di catturarlo.

Ciò che aveva desiderato, era solo un motivo per non essere costretto a vivere una vita normale.

E adesso sei soddisfatto? Adesso che grazie alle sue parole puoi vivere alla luce del sole, sei soddisfatto? Un brivido gli corse giù per la schiena. No, ovvio. No che non era soddisfatto a vivere come una bambola, ma non poteva pretendere che Subaru gli suggerisse altre soluzioni oltre questa. E proprio perché lo sapeva fin dall’inizio, si sentiva ancora più stupido per il fatto di aver sperato che lui non lo condannasse a quella tortura chiamata ‘normalità’. All’improvviso si sentì triste. Per cosa stava vivendo, allora? Sapeva che non avrebbe potuto continuare a lungo con la sua commedia, che nonostante il motivo per cui respirasse fosse Fuuma, sarebbe impazzito un giorno, se avesse dovuto continuare così. Si sentì lo stomaco sottosopra: no, non doveva pensare a quelle cose, perché ogni volta che lo faceva, finiva col sentirsi male, col sentirsi soffocare, al pensiero della propria miseria, della propria debolezza. Forse Fuuma aveva chiesto di vivere ad una persona a quel punto troppo lesa nel profondo per poter pensare di vivere per due.

Crack.

Un rumore interruppe i suoi pensieri, costringendolo a girarsi; quello che vide gli alleviò il cuore, ma si trattò solo di una sensazione passeggera. Quella che gli apparve davanti era un’Arashi algida, orgogliosa, e… trascurata. I capelli le si erano allungati oltremisura, quindi sotto la pioggia apparivano impari, arruffati; la frangia le era sparita e gli occhi, vuoti, non aggiungevano certo valore a quella bellezza un po’ appannata. Anche i vestiti sembravano essere stati scelti a caso. Kamui non poté evitare di rivedere se stesso riflesso in lei; forse perdere tutto rende gli esseri umani simili, in qualche modo, così come un tempo la solitudine aveva dipinto lo stesso sguardo negli occhi suoi e di Subaru.

“Cosa vuoi da me, Kamui?” Il tono, freddo. Kamui si era preparato a quest’evenienza, ma mai come in quel momento si sentì nel posto sbagliato al momento sbagliato. Le sue certezze vacillarono per un attimo, ma era deciso a non tirarsi indietro; sapeva che finché non ci avesse parlato, non avrebbe saputo se cercarla era stato un errore oppure no.

“Ti cercavo.”

“Perché?”

“È vero che hai attaccato delle persone?”

“E tu come fai a saperlo?” Allora era vero. Kamui decise di ignorare la domanda.

“In che guai ti sei cacciata, Arashi?”

“… Sei venuto forse per farmi la ramanzina?”

Lo sguardo di Kamui si indurì. Se aveva voglia di fare del sarcasmo, aveva decisamente sbagliato giornata.

“Io ringrazio solo di averti trovato per primo.”

“Che intendi dire con ‘per primo’? E poi non hai ancora risposto.” Si stava arrabbiando. Piombava lì dal nulla con informazioni che non avrebbe dovuto possedere, e farneticava di cose senza senso. Forse tutto quel dolore gli aveva dato al cervello. Il che, per quanto le dispiacesse, non erano decisamente fatti suoi.

“Cosa hai fatto per metterti contro la yakuza?” insistette. Non aveva intenzione di cedere. Non le avrebbe mai permesso di cambiare discorso spingendolo a parlare di sé. Non se prima non capiva se lei si trovasse in reale pericolo.

Arashi tacque per un attimo, tanto che per qualche istante risuonò nell’aria solo il rumore dell’acqua scrosciante; ma ad un certo punto, arrendendosi, sospirò profondamente.

“Non sono cose di cui vado fiera. Anzi, non credo nemmeno che tu debba stare qui, Kamui. Non capisco il motivo per cui tu ti stia ostinando così con me, al punto da accumulare quelle informazioni, ma ti assicuro che so prendermi cura di me.”

A queste parole, il petto di Kamui prese a dolere. Perché non voleva capire?

“È importante, dannazione! Forse sei in grave pericolo!” quindi apriti con me. Credi in me, parlami di te, delle tue paure, delle tue preoccupazioni. Ti prego.

/Non lasciarmi da solo./

Arashi per un attimo parve scossa abbastanza da non sapere cosa dire. Forse c’era un motivo dietro la reazione esagerata di Kamui; dopotutto se era riuscito a sapere così tanto di lei, non vedeva perché non potesse essere a conoscenza di qualcosa che lei non sapeva. Decise quindi di dargli corda e ascoltare ciò che lui aveva da dirle.

“Dimmi esattamente qual è il problema. C’è qualcuno che vuole la mia vita? Qualcuno che non sono in grado di battere?”

Capendo di avere una chance di salvarla, cercò di calmarsi il più possibile, di mettere ordine nei suoi pensieri.

“Si, esiste questa possibilità. Per questo ho bisogno di sapere una cosa, da te. Hai usato la yakuza per opporti al governo?”

“Perché mi chiedi questo…?”

“Perché se è così, c’è qualcosa di cui forse non sei a conoscenza.”

Arashi non rispose subito; assunse un’espressione pensierosa e Kamui le diede il tempo di riflettere. Non aveva motivo di metterle fretta, dacché l’aveva trovata lui per primo. Sicuramente nessun Sakurazukamori si sarebbe mostrato quella notte, dato che lui era lì con lei.

“Qualcosa che non so…?” Il sorrisetto con cui Arashi pronunciò queste parole, gli piacque poco: decisamente era cambiata in questi anni, come se la dolcezza che Sorata le aveva donato, le fosse stata strappata via a morsi.

Kamui annuì. Poi, per dare sostanza a quella che diceva, aggiunse i particolari.

“Hinoto è morta, Arashi; l’ho uccisa io.” E qui il sorrisetto di Arashi divenne un ghigno.

“E allora?”

Kamui rimase interdetto. Cos’era quell’espressione? Come poteva non importarle nulla? Ma allora per cosa aveva vissuto Arashi per tutto questo tempo? Evitando anche di presentarsi al funerale di Sorata, come se non ne fosse abbastanza degna…

Non poteva essere.

Tornò di colpo alla realtà. Il fetore della pioggia, gli abiti resi pesanti dall’acqua, la desolazione del luogo in cui si trovavano, all’improvviso divennero pesanti. Il cervello prese a fargli male. Doveva andarsene il più in fretta possibile.

“Sei uno stupido, Kamui. Sempre ad agire senza voler capire come sono andate davvero le cose. Non era questo di te che feriva il tuo Fuuma?”

Un dolore intenso lo colpì al cuore. Lo ricordava ancora bene l’istante in cui aveva compreso il suo vero desiderio, in cui aveva capito che tutto il suo eroico tentativo di riportarlo indietro non era che ipocrisia, che in realtà non gli aveva fatto che del male per tutto quel tempo, pretendendo di volerlo accanto a sé quando l’unica cosa che lui desiderava era morire. Lui, Kamui… non aveva mai guardato a Fuuma sul serio. Pur volendogli bene, non si era mai curato di lui per davvero, nemmeno una volta.

“Cosa pensi di essere, una sottospecie di paladino dei più deboli? Fammi indovinare: e l’avresti uccisa per vendicare Sorata? Come se fosse davvero questo quello che poteva farmi star meglio.”

“No, io…!” ma non riuscì a trovare le parole per continuare a parlare. Dove aveva sbagliato, con lei? Che dirle? Sapeva che da qualche parte esisteva una risposta, ma piuttosto che ammettere quello che aveva pensato, avrebbe preferito morire. Davvero non aveva capito nulla di lei, fin dall’inizio?

Vedendo che Kamui si era bloccato, Arashi riprese a parlare. Era una strana sensazione, era da tempo che non teneva una conversazione decente, ed erano cinque anni che si portava addosso quella maledizione senza permettere a se stessa di rivelarne ad alcuno la vera natura. Ma ora… non aveva più senso tacere. A quel punto avrebbe preferito distruggere ogni cosa, fosse stata anche se stessa, piuttosto che fermarsi. E così scoppiò a ridere, come se non le rimanesse altro.

“Non ho nessuna intenzione di mettermi il governo contro. Semplicemente ogni tanto sono di malumore e mi ‘sfogo’ su varia gente. Anche questo aiuta, sai?” …a dimenticare.

“Cosa stai dicendo …?” Era sconvolto. Aiutare? E a far cosa? A raggiungere il creatore, forse? Che significato avevano quelle parole sulla bocca di Arashi? Cosa stava dicendo?

Arashi prese a guardarlo con odio. C’era anche bisogno che glielo dicesse?

“Ho ucciso io Sorata, Kamui.”

Fu come se il mondo gli crollasse addosso. La testa, già dolorante per la pioggia, per la confusione, peggiorò all’istante. Si sentì morire, ma era importante non cedere; doveva sapere, per quanto orribile fosse quella verità a cui lui non aveva voluto guardare. Per questo combatté contro l’istinto di crollare e fissò lo sguardo su Arashi, che lo guardava neutra, come se la cosa poco le importasse.

“Non puoi aver ucciso Sorata.” Tu lo amavi.

“Senti un po’ chi parla! Perché, tu non hai ucciso il tuo Fuuma?”

E di nuovo fu come se Arashi gli avesse tirato un calcio nello stomaco: il dolore prese a torturarlo lentamente, mentre il ricordo di ciò che aveva fatto gli martoriava la mente, e gli impediva di parlare. Eppure erano tante le cose che avrebbe voluto chiederle: perché fosse avvenuta una cosa del genere, se lui aveva ucciso Hinoto per nulla, se per loro ci fosse ancora speranza, semplicemente. ‘Rimani con me’. Una frase del genere poteva ancora avere senso? Loro erano colpevoli, entrambi. Allora non rimaneva loro che morire per la colpa e il dolore? ‘Il tempo allevia le ferite’. Ma allora perché dopo quasi cinque anni si sentiva ancora così male?

/Hai il cuore malato/

Chi era stato a dire una cosa del genere?

Arashi intanto lo osservava, affranta. Glielo aveva detto. Quelle parole che aveva nascosto per tanto tempo nel profondo, erano venute a galla, e con esse la sua crudeltà, il suo bisogno di ferire le persone che le erano accanto. Ma come evitarlo? Era per questo che aveva desiderato essere sola, non essere inseguita più da nessuno, perché se non fosse stato così, sarebbe stata costretta a far del male a quelle persone che Sorata voleva difendere a tutti i costi.

Dei primi tempi non ricordava molto. Ma era certa di una cosa: all’epoca la solitudine l’aveva quasi uccisa. Perché vivere? Allora si era data un anno di tempo per decidere se continuare a mangiare oppure no. Un conto sarebbe stato continuare a vivere dopo che Sorata aveva dato la vita per proteggerla: certo, avrebbe sofferto comunque, ma a farle forza ci sarebbe stato il pensiero di aver amato un uomo eccezionale che desiderava che lei vivesse. Ma… ucciderlo con le proprie mani: con quale diritto permetteva a se stessa di respirare ancora?

Voleva morire, ma i giorni passavano, e la Terra andava avanti lo stesso. Il giorno e la notte si susseguivano , mentre gli esseri umani riprendevano la loro vita, i loro traffici, leciti o illeciti che fossero; e le persone continuavano a morire, distruggendosi tra loro. Nessuno aveva imparato nulla dal loro sacrificio, dal loro dolore. Sorata era morto per sostenere la loro causa, e loro erano ignari anche che lui fosse mai esistito. E lei che aveva creduto in loro, era ridotta in quello stato, ai margini di una società che ora rinnegava la sua esistenza, come se il ricordo di lei fosse ritenuto scomodo, da chiunque. ‘Loro’ volevano che lei morisse, che con lei defungesse anche l’idea di un’ipotetica fine del mondo. Era stata messa da parte.

Per cosa avevano sofferto? Per niente. Per salvare una razza giustamente destinata all’estinzione, a tornare polvere assieme ai suoi peccati. Cos’avevano fatto, salvando la Terra? Quel pensiero la fece quasi impazzire, facendole man mano perdere la voglia di morire. Doveva dare loro soddisfazione? Non voleva. Non perlomeno a ‘quelli’ che la volevano morta, a quei politici corrotti che dicevano di ‘pensare al bene del paese’. Che schifo. Allora aveva pensato di fare a pezzi il governo giapponese, con le sue mani, ma vi aveva rinunciato, perché se anche lo avesse fatto, non sarebbe cambiato nulla. Non esisteva vendetta che potesse portarle indietro il suo Sorata, che fosse in grado di cancellare ciò che aveva fatto. Non c’era speranza, per lei. Dunque non era nemmeno giusto che Kamui venisse a chiederlo a lei, se esisteva un modo per vivere anche senza essere felice. Perché, semplicemente, senza le proprie illusioni, un essere umano non può essere felice; e vivere senza illusioni, per un essere vivente, è la cosa più simile alla morte.

A quel punto, Kamui sembrò riprendersi abbastanza da poter continuare a parlare. Non demordeva, e questo irritò Arashi oltre ogni dire, anche se in effetti non poteva pretendere che tacesse dopo quello che gli aveva detto.

“Io ho ucciso Fuuma, è vero; ma se l’ho fatto, è solo perché questo era il suo desiderio.” Perciò non fare a pezzi il mio mondo a quel modo. Non dirmi che ho sbagliato, non distruggere le certezze che ho tanto faticosamente costruito per continuare a vivere, ti prego.

“Si, ma tu non volevi ucciderlo, no?” come io non avrei mai voluto uccidere Sorata.

Kamui sentì la pioggia bloccarsi. Come avrebbe mai potuto dimenticare? Aveva ucciso Fuuma, ma la realtà era che pur di non fargli del male, avrebbe preferito essere ucciso da lui. Non era questo, il suo vero desiderio?

Fu un attimo. Il corpo di Fuuma, il suo cadavere, riverso a terra. Le sue labbra, piegate in un tenue sorriso.

/Sei colpevole/

Chi gli aveva rivolto quelle parole? Quel ghigno deformante che risaltava tra le tenebre, a chi apparteneva?

E poi il nulla.

Di quello che seguì, Kamui, anche a distanza di tempo, conservò pochissimi ricordi, perlopiù sensazioni. La sensazione di aver urlato finché aveva fiato in corpo, la sensazione di essere fuggito via pur di non sentire Arashi ridere al suo dolore, alla sua miserevole esistenza, costruita sul filo di una stupida illusione. L’aveva cercata per salvarsi, ma lei con una parola, aveva distrutto tutto. Forse non era davvero in grado di vivere alla luce del sole. L’ultimo desiderio di Fuuma, non poteva realizzarlo. Non ne sarebbe mai stato in grado.

E tutto ciò che faceva, era correre via da lei. Non sentiva nulla, né la pioggia che gli appannava gli occhi -o erano lacrime?-, né alcun suono. Sapeva che era pericoloso ‘volare’ conciato così, che doveva fermarsi, ma non ce la faceva; il rumore del proprio cuore che batteva, era ancora troppo forte. E così, senza più forze cadde, e l’impatto col terreno gli fece finalmente perdere i sensi.

                                                                                                                                         






 


Comments

( 2 Fallen Leaves — Leave a leaf )
madhatter_hali
Oct. 12th, 2008 09:59 pm (UTC)
arashiiiiii ti odio... il tua fuuma...ma ucciditi!!!
però mi piace il mondo in cui tortura kamui a parte quando lui pensa non lasciarmi da solo...è disarmante per me...non mi voglio immedesimare in kamui ç__ç e poi e poi..il mondo in pezzi...sono morta letteralmente
kamui needs more love decisamente

e ritornò il cuore malatoXD

nonstante l'angst mi piace assai U.U
eris4
Oct. 12th, 2008 10:43 pm (UTC)
Il cuore malato è venuto fuori in modo quasi naturale, direi^^''. Kamui obbiettivamente, non può sapere chi abbia parlato del 'cuore malato'; più che altro è una chicca riservata ai lettori, per ricordare loro l'analogia con la storia di Subaru. Mi piaceva, e l'ho lasciata.XD
Noooo, non odiarmi Arashi! Giuro che quanto prima tornerà in carreggiata!^^ *mi piace come personaggio*
Per Kamui questo capitolo è in effetti un brutto colpo e non sarà l'unico, va be no dai, un colpo così forte non lo prenderà più, si potrebbe dire. Nel prossimo capitolo capirai il perchè di questa tortura^___^

Come ti piace 'nonostante l'angst'? Ti deve piacere perchè è angst! *l'angst per me è un genere letterario*XD
( 2 Fallen Leaves — Leave a leaf )