?

Log in

Previous Page | Next Page

Aggiornamento quinto capitolo


Con questo capitolo termina l'antefatto e si inizia ad entrare nel cuore della trama. Tutto si fa più difficile, le relazioni si complicano, e i sentimenti anche. L'ambiguità la fa da principe e il mondo in rosso e nero si presenta a voi lettori nelle forme evanescenti del sogno. Nuove domande, nuovi problemi, e soprattutto un nuovo patto. Ma vi lascio alla lettura.

Title: *Love the Nemesis**
Fandom: X1999
Pairing: SubaruKamui
Warnings:
Se non capite cosa sia il mondo in rosso e nero, non preoccupatevi, non siete diventati stupidi ad un tratto.XD Il tempo chiarirà molte cose.
Summary: dove Kamui vede la sua vita cambiare irrimediabilmente nel giro di un capitolo.
 
NB Per i capitoli precedenti, cliccare il tag *love the nemesis*

Il prossimo aggiornamento sarà il 6 novembre.

*Love the Nemesis*

Capitolo V:  The world in Red&Black

 

Il buio lo ingoiò ancora una volta.

Si sentì stringere una spada, le lacrime rigargli il volto, lentamente. Era ancora lì, lo sapeva, nel luogo dove la ‘luce’ non poteva arrivare. Per questo tenne gli occhi chiusi, dolcemente, solo un po’ più a lungo di un istante, quasi per non permettere al dolore di scavargli dentro eccessivamente. Sapeva quello che sarebbe successo di lì a poco, quando sarebbe stato costretto ad aprirli: avrebbe ucciso lui, Fuuma, ancora una volta. Avrebbe sofferto di nuovo quel dolore profondo sette solitudini, fino ad impazzire per il senso di colpa. Ne aveva terrore, ma era anche quello che desiderava: dunque, ora doveva solo anestetizzarsi la mente.

Aprì gli occhi, convinto di trovarselo davanti, ma fu stupito di vedere che attorno a sé non c’era niente: era stato il Nulla ad accoglierlo, in una follia di bianco senza dimensioni. Disorientato, si guardò la mano laddove credeva di star stringendo la Shinken: era vuota. Si guardò attorno: dov’era capitato questa volta? Non capiva. Era diverso dalle altre volte. Non avrebbe saputo dire come, ma quel sogno aveva un’atmosfera particolare. Anzitutto la tipologia: non gli sembrava poi tanto normale sognare di essere sospeso nel Nulla. Senza contare che di solito non aveva modo di accorgersi di star sognando. Non sapendo che fare, si mise a gironzolare con l’intento di verificare se potesse arrivare da qualche parte, ma vedendo che pur camminando era come se non si muovesse, gli venne a noia anche quello. Possibile che quel mondo fosse tutto uguale? Come preso da una leggera ansia, si mise a chiamare “C’è nessuno?!”, ma il vuoto gli restituì solo l’eco della propria voce. Un mondo vacuo. Gli calzava a pennello, dopotutto: era come guardare se stesso.

Era frustrante notare come quel luogo gli ricordasse drammaticamente la sua attuale vita, priva di affetti e di dolore. Si poteva dire che fosse stanco. Era stufo di comportarsi rettamente, di fingere che stare tra le persone gli interessasse, quando quella del ragazzo modello era solo una maschera che indossava davanti agli altri per rispondere alle loro aspettative. Perché non poteva vivere una vita normale? Perché non poteva essere solo se stesso? Ma per quanto la ricusasse, la risposta la conosceva perfettamente: non poteva realizzare il desiderio di Fuuma di vivere nella luce, perché il suo io ormai non riusciva più ad accettare di appartenere a quel mondo.

L’aveva appena pensato, che una violenta raffica di vento scosse violentemente quel posto, mentre il vuoto candore che lo circondava prese ad appassire assumendo i colori delle tenebre. Non fece neanche in tempo a chiedersi perché, che fu investito da una sfilza di petali di camelia, rossi come il sangue, che andarono a coprire il pavimento, che come uno specchio, sembrava riflettere il nero della volta del cielo.

/Il rosso & il nero/

Avrebbe voluto urlare, reagire, ribellarsi in qualche modo, ma non ci riusciva: quello spettacolo gli aveva avvelenato il cuore, inevitabilmente. Sentì le lacrime rigargli il volto, mentre veniva accarezzato dalla dolce ma crudele sensazione di star toccando un punto di non ritorno. Era diverso dal sogno che lo aveva sommerso quando era caduto in coma tempo prima: non sentiva disperazione, non rischiava da un momento all’altro di vedersi l’animo fatto a pezzi e ingoiato dagli abissi della propria coscienza; assomigliava più ad una profonda consapevolezza, all’impressione che mai più avrebbe potuto rivedere la luce del sole pensando che tutto sarebbe andato per il meglio. Le persone che avevano creduto in lui, le avrebbe deluse tutte, perché finora non aveva permesso che a quel mondo, lo stesso che lo torturava nel sonno con quegli incubi, di penetrare nel suo cuore.

A disagio, si chinò su quella che sembrava essere una pozza d’acqua, e vi si specchiò: l’immagine che gli venne restituita era la sua, indubbiamente. Sorrise: l’altro se stesso si limitò a guardarlo dolcemente. Era tutto a posto: quell’ombra non rifletteva le espressioni del viso, ma quelle del cuore. Ciò significava che non poteva mentire là dentro, che qualunque cosa gli fosse successa, quel mondo gli avrebbe sempre svelato la vanità di qualunque illusione. Sollevato, prese a giocare con i petali lì attorno, inodori, come quelli delle vere camelie; e scoprì che il cuore aveva smesso di dolergli, perché in fondo qui poteva vivere, pur così devastato. Era così che era essere sereni, allora?

Ma purtroppo la ‘pace’ durò poco. Sentì ad un tratto montarsi dentro un indicibile orrore, mentre, terrorizzato, sentiva il cuore esplodere per l’angoscia e il petto sanguinare. Perché quel terrore improvviso? Sconvolto, incapace di capire cosa diamine stesse succedendo, cercò di alzarsi in piedi, ma vanamente, perché le gambe, improvvisamente deboli, lo tradirono, facendolo tornare in ginocchio. Solo allora notò che per terra tutto attorno a lui, si era formata una pozza scarlatta. Era sangue suo? Non faceva male, solo era paralizzato dalla paura. Che stava succedendo? Iniziò a sudare freddo, mentre l’istinto gli suggeriva che dietro le sue spalle c’era un’altra presenza oltre a lui. Con il cuore a mille, usando la massima prudenza possibile, si voltò, ma niente. Non c’era niente. Si voltò dall’altra parte: ne era sicuro, era osservato; non era solo in quell’oscurità, qualcun altro si nascondeva dentro quelle tenebre. Qualcuno o ‘qualcosa’ di spaventoso. Ma quella orribile sensazione, veloce com’era giunta, svanì nel nulla nel giro di pochi secondi: poteva sentire ancora il proprio cuore battere forte, ma non avvertiva più alcun pericolo.

Ancora leggermente allarmato, tirò un piccolo sospiro di sollievo: qualunque cosa fosse ‘quella’, ne era uscito vivo, anche se non era così sicuro di volerci ancora avere a che fare. Aveva la vaga impressione che non sarebbe riuscito a sfuggirle così la prossima volta, ed essere ingoiati dalle tenebre di quel mondo significava morire, lo sapeva bene. Ma di una cosa almeno era sicuro: qualunque cosa fosse successa non si sarebbe tirato indietro, non sarebbe fuggito. A costo di andare avanti combattendo anche contro se stesso, mai avrebbe permesso a se stesso di perdere ancora contro la propria debolezza. Mai più.

 

Aprì gli occhi e /la luce/ lo inondò, accecandolo. Era tornato. O meglio, si era ‘svegliato’. Istintivamente mosse una mano verso il viso per stropicciarsi gli occhi, ma nel muoverla si rese conto che gli doleva. Per la precisione, tutto il corpo gli doleva. Dove si trovava? Mise a fuoco la stanza, ma non la riconobbe. Era in un letto ampio, a una piazza e mezza; le pareti, bianche, sembravano accentuare la luminosità della stanza, eliminando le tenebre che ancora si annidavano nel suo cuore, nel mondo in rosso & nero. Si guardò la mano e la vide bendata. Dove si era ferito? E possibile che ora si trovasse all’ospedale? Solo quando cercò di sforzarsi con la memoria di tornare al giorno prima, gli sovvenne di Arashi.

L’aveva lasciata da sola. Era fuggito via lasciandola sprofondare nella sua follia. Quella risata… Kamui rabbrividì al ricordo. Quella non era l’Arashi che conosceva. Cos’avrebbe dovuto fare? Era chiaro: doveva tornare indietro e strapparla da tutto quello. Però - e si maledì ancora e ancora per quell’indecisione, perché aveva terrore di lei, lo stesso stramaledetto terrore che aveva provato nel sogno della scorsa notte, quel terrore che provano solo coloro che hanno paura di morire. Si sentì stupido. L’istinto gli aveva detto di scappare. Ma da cosa?

“Da cosa sto fuggendo? Dannazione!” Perché non mi è dato di capirlo?

Il tormento gli impedì di sentire un lieve suono di passi avvicinarsi alla porta.

“Buongiorno.” Quella voce.

Kamui si voltò verso la porta, e appoggiato allo stipite, trovò lui, Subaru. La sorpresa gli sfigurò la voce.

“Cosa ci fai qui?” Avevo promesso che non ti avrei più rivisto.

“Questa è casa mia.”

Casa sua. Ecco dov’era. Altro che ospedale.

“Perché sono qui?”

“Non ricordi nulla?”

Vedendo che Kamui esitava, Subaru si risolse a spiegargli il motivo.

“Di là, a collegare i due corridoi che si intravedono dalla sala, c’è un terrazzo abbastanza ampio, in parte all’aperto. Ti ho trovato lì, svenuto e bagnato fradicio. Avevi anche battuto violentemente la testa, e dato che non mi sembrava una buona idea lasciarti là fuori…” E tacque.

Dunque era così che era andata. Solo una cosa non gli era chiara.

“Come ho fatto a tornare qui?” Non avevo dimenticato tutto? Il tono di voce, esitante.

Subaru piegò leggermente la testa, e per un attimo il suo sguardo si perse nel vuoto. Cosa stava pensando? Kamui capì di non riuscire a fidarsi di lui. Perché era un assassino? Non solo; era sicuro che se non si fidava di lui, era perché lui non era un normale assassino, ma il Sakurazukamori. Nient’altro. All’inizio, durante i giorni della fine del mondo, pensava che questo non avesse alcuna importanza, ma si era dovuto ricredere; tutte quelle persone morte in modo orrendo, non erano un’illusione: lui le aveva uccise a sangue freddo. ‘Subaru’ non sarebbe mai stato capace di una cosa simile. Dunque chi era la persona che gli era davanti? Ma non era sicuro di voler davvero una risposta, perché l’eventualità che quella persona in cui tanto aveva creduto non esistesse, lo rendeva troppo triste. Semplicemente.

“Dimmelo tu come hai fatto a tornare qui.” Raccontami quello che è successo.

“Non voglio.” Chi sei?

Subaru sorrise. Un sorriso neutro, ma non senza un’ombra di malizia persa sul fondo dei propri occhi.

/Perché sono il Sakurazukamori, vero?/

Kamui, rabbrividendo, distolse lo sguardo. La scarica elettrica che aveva avvertito lungo la schiena, la sensazione che quell’uomo fosse pericoloso, anche se altri non era che il suo Subaru, lo avvolgeva, stritolandolo.

“Mi scuso per il disturbo e ti ringrazio per quello che hai fatto per me, ma penso che farei meglio ad andarmene il più in fretta possibile.” E così dicendo, fece per scostare le coperte, ma Subaru, che gli era vicino, lo fermò bloccandogli la mano a mezz’aria.

“Dove pensi di andare, conciato a quel modo?” L’espressione, preoccupata. Chi sei?

Effettivamente si sentiva il corpo pesante, esausto. Anche prima, quando aveva cercato di muoversi, aveva sentito i muscoli doloranti. Perché?

“Hai avuto la febbre alta, sai? Deliravi anche, nel sonno.” O buon Dio. Si è anche preoccupato per me. Kamui sentì l’impulso di rimettere, mentre un ghigno gli sfigurava il volto.

“Ti sei preso cura di me, eh?”

Peccato che ‘ora’ io non me ne faccia proprio nulla della tua bontà d’animo, o perlomeno non più. Se ti stavo a cuore avresti potuto soccorrermi quel giorno, no? Quando ne avrei avuto un reale bisogno. Perché ti preoccupi per me quando è troppo tardi? Ma non disse nulla, nonostante la tentazione fosse forte, e lasciò che a parlare per lui fosse quel suo sarcasmo maledettamente fuori luogo. Subaru semplicemente assunse un’aria leggermente infastidita mentre lo guardava.

“Se non vuoi dirmi nulla, è tuo diritto tacere. Lo sai, vero?” Non posso pretendere che tu ti fidi ancora di me.

Kamui abbassò lo sguardo. Certo che lo sapeva. Non c’era modo che Subaru potesse costringerlo a parlare.

“… Però se non mi dici almeno parte della verità, non posso rispondere alle tue domande.”

Che infido. Si erano incontrati e tutto quello che aveva saputo dirgli era ‘mi vuoi uccidere?’ oppure ‘questo non posso dirtelo’, e ora se ne usciva fuori in quel modo. Voleva andarsene, ma il corpo, debole, lo tradiva, ancora. Dannazione.

“Va bene, diamine! E cosa vorresti sapere?” Era esasperato, ed era bene che Subaru lo sapesse. Ma Subaru lo ignorò, limitandosi a fare le sue domande.

“Ti sei trovato per caso in uno stato di profonda confusione, nelle ventiquattr’ore precedenti all’incidente?”

Un pensiero improvviso attraversò la mente di Kamui.

“Scusa, ma quanto tempo è passato dalla notte in cui mi hai trovato?”

“Diciamo… Tre giorni?” e sorrise.

Tre giorni. Cristo. Aveva passato tre giorni nel mondo in rosso & nero. E nonostante tutto quel tempo, era stato breve per i suoi canoni di ‘sogno’. Era decisamente anormale. Ma avrebbe fatto meglio a tacergli quel particolare: in fondo per quanto strano, quell’incubo era pur sempre stato solo una conseguenza dello shock. Non c’era bisogno che lo mettesse al corrente di faccende tanto personali. E anche per quanto riguardava Arashi, avrebbe fatto meglio ad autocensurarsi.

“Ebbene?” interloquì, quasi spazientito. Ora si metteva anche a esortarlo?

“Ho incontrato Arashi.”

“Ah.” Il tono con cui Subaru pronunciò quel monosillabo, a Kamui non piacque. Secco, come se volesse dirgli ‘perché l’hai cercata a tutti i costi, come hai fatto con me? Non vedi che è inutile?’, distogliendo lo sguardo con aria addolorata. Come se fosse a conoscenza delle condizioni in cui lei versava. E gli venne un orribile dubbio.

“Un momento. Tu. Tu sapevi. Sapevi cosa lei stesse combinando, come si fosse ridotta a causa delle colpe che si è addossata. E sapevi anche che io l’avrei cercata. Ma allora perché non mi hai detto niente?”

Subaru si limitò a guardare da parte mantenendo un’aria indifferente.

“Allora è come pensavo?” il tono, amaro.

“Si. Sapevo di Arashi perché mi hanno chiesto di tenerla d’occhio.”

“Il ‘governo’ ti ha chiesto di tenerla d’occhio.” Puntualizzai. I soggetti non si omettono, Subaru.

“Vedila come vuoi. Fatto sta che è ancora viva, no?” Non sei contento?

Kamui gli tirò un ceffone. Ma vedendo che l’espressione su quel volto non era cambiata, se ne pentì immediatamente. La candida pelle si era arrossata sotto la pressione dello schiaffo che lo aveva centrato in pieno volto, ma Subaru non fece una piega; non aveva neanche cercato di evitare la sua mano. Eppure ora che aveva ereditato i poteri di quell’uomo, avrebbe dovuto esserne capace. Perché si era lasciato colpire?

“Bel colpo. Non pensavo avresti avuto il coraggio di farlo.” Di alzare le mani su di ‘me’.

Con il dorso della mano si asciugò le labbra; Kamui allora, tornato in sé e pentito del gesto, con una mano gli sfiorò la parte offesa.

“Scusami.” Non avrebbe dovuto rispondergli in quei termini. Non era in diritto giudicare le sue azioni, né come la pensasse, dunque, cosa gli era preso per comportarsi in quel modo?

Subaru sorrise appena. Se l’era meritato e lo sapeva. Ma era importante che sapesse come ipoteticamente Kamui avrebbe reagito davanti ad un’evenienza del genere; era importante per quello che sarebbe stato. E ora ne aveva la certezza: qualora lo avesse ancora ‘tradito’, lui non lo avrebbe più perdonato.

“Scusami tu. Ma ora torniamo al discorso di prima, c’è ancora qualche domanda che desidererei rivolgerti.”

Kamui annuì, senza neanche troppa convinzione. Come temeva, non riusciva a mantenere nei confronti di quell’uomo la sua freddezza usuale: Subaru pian piano erodeva le sue difese piegandolo alle proprie esigenze, e per questo Kamui si disprezzava profondamente. Perché gli risultava così difficile contraddirlo? E lo odiava, perché nonostante tutto, per il suo cuore osava essere ancora così importante.

“Cosa vuoi sapere?”

“È stato subito dopo l’incontro con Arashi, che presumibilmente ti sei ritrovato sul mio terrazzo, o è accaduto qualcos’altro, prima?”

“Non è accaduto altro, né prima, né dopo.” Non saprai nulla più di questo, né su quel sogno, né su di me. Quindi lasciami andare. Non farmi altre domande.

Ma Subaru non proseguì oltre. Si chiuse dentro un sordo mutismo, mentre ponderava su cosa fare. Non era necessario che gli ponesse altre domande; poteva immaginare da sé cosa fosse successo, quella notte: Arashi doveva aver scaricato tutto il dolore e il risentimento di quei quattro anni su di lui, per sconvolgerlo al punto da metterlo in condizione di tornare lì. Con le spalle al muro, che cosa avrà pensato? Ovviamente a Fuuma; l’universo di Kamui iniziava e finiva con lui, dopotutto, no? Era sempre stato così, ed era per quello che aveva permesso al suo cuore di provare affetto nei confronti di quel ragazzo. Perché sapeva che anche nel suo animo ci sarebbe sempre stato qualcuno più importante di lui, fino alla fine.

“Non continui l’interrogatorio?” Lo scherno velava le sue parole. Ecco una cosa che gli dava fastidio del Kamui attuale: non capendo la propria posizione, usava quel sarcasmo come autodifesa, come se davvero quel comportamento potesse portarlo da qualche parte. Non poteva certo pretendere che lo trattasse come in passato; solo avrebbe preferito che Kamui smettesse di ritenerlo colpevole di tutte le disgrazie che gli erano capitate.

“Non è più necessario.” Solo, c’era quella questione.

Subaru vide Kamui annuire in modo visibilmente sollevato. Era stato un peso così grande, per lui, rispondere a quelle domande? Era chiaro, preferiva non parlare di quello che era avvenuto. Però doveva capire un’ultima cosa. Poteva essere un particolare irrilevante come fondamentale, ma proprio per questo, perché non chiedere? Ancora una volta, avrebbe permesso a Kamui di essere giudice del suo destino. Era giusto, così? …Hokuto.

“Kamui …”

“Si?” La bocca si era mossa meccanicamente. Si maledì mentalmente per questo.

“Non hai sognato nulla di strano, vero? Ultimamente, intendo.”

Il rosso & il nero. Subaru sapeva? E che dirgli? Non era una cosa importante, quindi perché tacere? Però –  

/Tu non puoi vivere alla luce del sole. Non con quel dolore nel cuore./

Una cosa del genere, avrebbe voluto che non la sapesse nessuno; men che meno lui.

La sua stessa miseria lo travolse, trascinandolo via lontano, nel profondo del suo animo. Il desiderio di Fuuma; quel desiderio così importante, per realizzare il quale non era abbastanza forte. Cos’aveva fatto? Aveva preferito vedere se stesso in quel mondo piuttosto che vivere quella vita che Fuuma aveva voluto che conducesse? Si. Tutto ciò che voleva desiderare, era essere in grado di vivere per un morto, ma il suo cuore perché non gli concedeva almeno questo? L’istinto alla preservazione, perché ne possedeva ancora? Nonostante meritasse di morire, aveva paura di farlo.

Ma non era ancora troppo tardi. Poteva tornare indietro. Poteva fuggire. Sarebbe bastato mentire a tutti, negare la verità in quel momento, davanti a ‘lui’. Avrebbe scelto Fuuma, avrebbe scelto la luce. Mai più lo avrebbe tradito, anche a costo di negare la verità.

“No. Non ho sognato nulla di strano.” L’espressione si era ricomposta, quasi magicamente. Cosa gli era saltato in mente, per accettare quel sogno? Lui non aveva alcun diritto di dimenticare, di permettere a se stesso di condurre una vita il meno dolorosa possibile. Si meritava quel dolore.

Va bene così … vero, Fuuma?

Ma la sua decisione si incrinò quando vide l’espressione di Subaru cambiare. Lo sguardo, serio, era fisso su di lui. Era una sua impressione o lo stava accusando?

“Non mentirmi.”

E tutto tornò in pezzi.

“Che cosa?” sussurrò debolmente.

“Ti ridurrai a pezzi, se continui così.”

“Dannazione, lasciami in pace! Mi distruggerò? Che sia, allora! Cosa vuoi che mi importi?!”

Sulla stanza scese il silenzio. Kamui aveva urlato così forte che Subaru ritenne opportuno aspettare che si calmasse un attimo, prima di riprendere a parlare.

“Non dire cose che potrebbero essere fraintese.” Tu non desideri morire, giusto?

Kamui si morse un labbro. Non desiderava morire. Doveva vivere. Almeno di questo poteva essere sicuro. Ma allora, cosa doveva fare? La frustrazione prese lentamente il posto della rabbia, mentre affondava il viso tra le ginocchia. Si sentiva uno stupido.

“Cosa dovrei fare, allora? Non ne posso più, Subaru. Basta.” Non voglio più soffrire.

/Il destino non è sempre inevitabile./ Lo sapeva: era questo che la fine del mondo aveva insegnato loro. Avrebbe voluto dirglielo, ma quella era una risposta che Kamui si sarebbe dovuto trovare da solo. Perciò mentalmente pregò che un ipotetico Kamui del futuro lo perdonasse per quello che invece stava per dirgli.

“Vieni ad abitare qui.” Con me.

Lo shock fu tanto forte che Kamui all’inizio pensò di aver sbagliato a capire. Ma quando, alzando la testa, si rese conto che Subaru lo guardava seduto sul letto come se si aspettasse una risposta, si sentì estremamente confuso.

“Perché?” osò chiedere. Subaru gli sorrise.

“Non vuoi?”

“Onestamente no.” Ma esitò. Ci pensò su due secondi, poi riprese la parola.

“Ma non penso di aver scelta, vero?”

“No, infatti.”

Kamui non replicò. Era ovvio. Se uno come Subaru, che lo aveva evitato come la peste fino a quel momento, arrivava a proporgli una cosa del genere, significava che era inevitabile. Ma quale poteva essere il motivo? Per caso, era a causa di quel mondo? E Subaru sapeva? E se sapeva, così facendo stava magari cercando di proteggerlo? Non era commovente, quel pensiero? O era solo patetico? Kamui non era in grado di capirlo, né di pensare lucidamente a delle risposte plausibili, ma sapeva che la sua era solo una folle speranza, che non era possibile che uno come il Sakurazukamori potesse nutrire il desiderio di aiutarlo a convivere con quelle tenebre.

Ma di una cosa era ben certo: nell’istante in cui aveva avuto quel sogno, aveva capito che non sarebbe più potuto tornare al CLAMP campus, perché era un segno che il suo cuore non si sarebbe più piegato a compromessi. Era arrivato al limite, e il solo pensiero della solitudine che avrebbe sofferto, lo faceva impazzire. Ma Subaru gli aveva chiesto di stare con lui; e come uno stupido, se ne sentiva felice. Solo, perché? Perché solo ora tutto quell’interessamento? Ma tacque, perché sapeva che anche qualora avesse chiesto, nessuna risposta gli sarebbe mai arrivata da quell’uomo.

“Non mi hai ancora detto come ho potuto ritrovare questo luogo nonostante quei sigilli.” Almeno questo puoi dirmelo, non pensi?

Subaru per un lungo momento, studiò il volto di Kamui, attentamente. Dunque aveva accettato? Di vivere lì, in quella casa maledetta, con il Sakurazukamori. A quanto pareva, si. Ma per accettare così facilmente, doveva essere pazzo. Cosa pensi?

“C’è qualcosa che non va?” Solo allora Subaru si rese conto che lo stava fissando; dunque si scusò con aria vagamente imbarazzata, e si affrettò a spiegargli.

“Quei sigilli sono frutto di incantesimi davvero potenti, ma esiste un modo, uno solo, per svincolarsi da essi. L’incantesimo può colpire la coscienza vigile, ma non c’è modo che possa vincolare l’inconscio. Se in stato confusionale ci si affida ad esso, è possibile tornare anche in quei luoghi sigillati alla memoria, dato che il cervello nel suo inconscio, conserva comunque memoria di essi.”

Quei discorsi erano gli stessi che durante la sua infanzia gli aveva fatto sua madre istruendolo sui fondamenti della magia operata dai Magami. Era stupefacente per lui poterne ascoltare ancora, dopo la morte di lei, e ancora di più dalle labbra di Subaru, un uomo che era convinto di aver perso per sempre.

“È stata una buona risposta.” Grazie per non avermi lasciato da solo in quell’oscurità.

E sorrise dolcemente, mentre sentiva la testa farsi pesante per il sonno, probabilmente indotto dalla febbre.

Subaru vedendo la sua testa ciondolare, gli sistemò i cuscini e lo coprì con le lenzuola, sforzandosi di mantenere un’espressione tenera sul viso.

“Era un ‘grazie’, vero…? Kamui.” Ma il ragazzo, addormentatosi, non venne raggiunto dalle sue parole.


Comments

( 2 Fallen Leaves — Leave a leaf )
madhatter_hali
Oct. 29th, 2008 10:28 pm (UTC)
l'avvento del mondo in rosso e neroXD
quel mai più che hai messo mi inquieta assai devo dire ^^"
amd subaru comes back, non me l'aspettavo proprio
in questo capitolo ho stranamente preferito subaru a kamui forse il mio cervello sta tornando a postoXD
lui omette i soggetti come meXD
madò ma kamui quante seghe mentali si fa? 0_0
nemmeno io e te messe insieme arriviamo a quei livelliXD
comunque..ovviamente mi piace ^-^ e mi piace la piega che ha preso la storia^-^
good!!!
eris4
Oct. 30th, 2008 09:02 pm (UTC)
ma kamui quante seghe mentali si fa? 0_0 nemmeno io e te messe insieme arriviamo a quei livelliXD

Ops. è un po' esagerato, dici? Penso che sia perchè soffre molto, e non vede alcuna soluzione all'orizzonte. Pensava che cercare Arashi e Subaru potesse fornirgli la forza per reagire, ma vedi com'è finita: lei lo ha sconvolto, lui si è rifiutato di rispondere a qualsiasi domanda... E ora Subaru che sbuca dal nulla con una proposta delirante (il motivo c'è, per fortuna, non temereXD). La questione del mondo in rosso&nero è un po' macchinosa in effetti. Diciamo che il problema risiede nel fatto che nemmeno tu sai cosa rappresenti quel mondo in *LtN*. è diverso da ciò che ho scritto nel DDG, radicalmente. è diverso anche dalla definizione di quarto filo. Ho cambiato un po' di cose in itinere per farlo quadrare bene nella storia. Dunque non è una scatola entro cui Kamui si chiude, come si potrebbe erroneamente pensare, ma molto di più. Spero di riuscire a spiegarlo per bene, perchè a volte ho l'impressione di non riuscire a gestire i colpi di scena. Mi impegnerò a fondo.^^'''

Subaru che omette i soggetti fa molto "sono un Sakurazukamori che lascia sul vago le questioni di cui preferisco non parlare", vero?XDDD Dopo due capitoli di assenza, iniziavo anch'io a sentirne la mancanza. Kamui è carino, ma Subaru è un'altra cosa, diamine! Ma io non faccio favoritismiXDD

Abbi fiducia in quel "mai più"... Almeno quella promessa in linea di massima, vorrei che la mantenesseXD
( 2 Fallen Leaves — Leave a leaf )