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Aggiornamento ottavo capitolo


Nuova fase della storia, nuovi problemi. I temi sparsi qua e là erano così tanti, che ho fatto molta fatica a trovare il titolo (adesso ho troppo sonno, ma se non mi convince, lo cambio. Sono una maniaca dei dettagli^^). Il sentimento portante è la rabbia, comunque. Buona lettura!

Title: *Love the Nemesis*
Fandom: X1999
Pairing: SubaruKamui
Warnings: questo capitolo costituisce la prima parte di un trittico.
Summary: dove vedremo cosa succede se Subaru decide di mettere le dovute distanze da Kamui.

NB Per i capitoli precedenti, cliccare il tag *love the nemesis*

*Love the Nemesis**

Capitolo VIII: Habits

Subaru quella notte tornò a casa col timore di trovare Kamui ancora sveglio a causa del cambio di abitudini che la scelta di quel lavoro aveva comportato. Piano fece scattare la serratura ed attraversò la sala cercando di fare il minor rumore possibile, ma quando giunse davanti alla porta della sua stanza, con sollievo, lo trovò profondamente addormentato; e, cosa importante, non stava fingendo di farlo. Si era accorto che generalmente Kamui doveva incontrare qualche difficoltà ad addormentarsi, perché da quando si era trasferito lì, era sempre stato sveglio quando lui tornava all’alba. Aveva fatto finta di nulla, e aveva tirato un sospiro di sollievo quando Kamui, non venendogli incontro pur essendo sveglio, aveva dato mostra di possedere il tatto necessario per comprendere che umanamente parlando, in quei momenti lui non desiderava la compagnia di nessuno. Gli occorreva del tempo, infatti, per essere in grado di tornare ad affrontare a testa alta la presenza di qualcuno che avvertiva come puro in confronto a sé; per poter tornare ad essere ‘Subaru’.

Gettò uno sguardo agli abiti che erano stati posati alla rinfusa sulla sedia accanto al comodino, e alle scarpe che giacevano abbandonate in mezzo alla camera: quel disordine non rientrava nella natura di Kamui; era chiaro che doveva essere esausto, per riuscire a rendere anche una camera così vuota un campo di battaglia. Però gli piaceva, quella sensazione di vissuto; era come non essere più soli. La mente gli tornò naturalmente al periodo in cui si era preso cura di lui mentre delirava in preda alla febbre, e ricordò che lo aveva sentito mormorare nel sonno di creature strane, a tratti spaventose, che popolavano ossessivamente i suoi sogni. Si era spaventato. Quegli incubi, l’espressione tormentata di Kamui, i muscoli rigidi nello sforzo inconscio di allontanare la sua mente da lì, lo avevano allarmato. E quelle parole, appena appena sussurrate nel sonno: “il bianco… Tutto è rosso e nero, ora”. Aveva continuato a ripeterle sottovoce fino allo sfinimento. Aveva cercato di svegliarlo, ma niente, i suoi occhi erano rimasti ostinatamente chiusi, fino alla mattina dopo. E intanto, apriva la bocca, ma non usciva alcun suono; i vestiti fradici per il sudore gli si attaccavano al corpo, e si agitava. Era come se avesse paura di qualcosa. Ma cosa poteva mai temere, uno come lui? Non aveva alcun senso. Ma aveva avuto paura che non si svegliasse più. Che non riuscisse più a condurre una vita normale.

Era per questo motivo se gli aveva chiesto di rimanere lì con lui, ma forse aveva sbagliato. Certo, capiva perfettamente il desiderio che lo aveva spinto a fargli una proposta del genere, ma probabilmente era uno sbaglio permettere che Kamui gli si avvicinasse tanto. Anzi, conoscendo quel futuro, era sicuramente uno sbaglio. Sconsolato scosse la testa. Ma che altro avrebbe mai potuto fare? Era stato uno stupido a non sospettare che le cose avrebbero potuto anche andare così; avrebbe dovuto pensarci sin dalla prima volta in cui aveva parlato con quel dannato yumemi. Solo ora infatti, riusciva a capire certe sue espressioni che la prima volta che aveva visto non lo avevano convinto.

Girò lo sguardo verso il letto di Kamui e rimase sulla porta della stanza a guardarlo dormire. Sorrise, pensando che il motivo per cui aveva tanto insistito per trovarsi un lavoro, forse era proprio per potersi permettere qualche sonno tranquillo dettato dalla stanchezza. Anche lui in fondo aveva fatto proprio così, no? I primi tempi… non era per quello, se aveva iniziato a stare fuori tutta la notte? Alla fine si era trasformata in abitudine, e aveva continuato a passare la notte fuori, nonostante non ce ne fosse praticamente più bisogno.

Realizzando la propria stanchezza, percorse il corridoio fino alla propria stanza. Comunque era pericoloso permettere che le cose andassero troppo bene tra loro due. Già Kamui doveva aver realizzato che c’erano cose che era meglio non chiedere per facilitare la loro convivenza; doveva far sì che il loro rimanesse un rapporto se non proprio sterile, perlomeno ‘a distanza’. Il motivo risiedeva anche nel fatto che una volta, a dividerli, c’era da una parte Seishiro, dall’altra parte Fuuma; in virtù di questo, avevano potuto anche permettersi di stare l’uno accanto all’altro in quel modo, quasi come vecchi amici, perché il loro risultava essere solo un semplice e mero leccarsi le ferite a vicenda. Non che ora temesse un coinvolgimento di qualche tipo con Kamui, solo la prudenza non era mai troppa. Non poteva permettergli di avvicinarsi più di tanto. Una volta non uccideva. Ma ora, era troppo pericoloso anche solo fargli intravedere l’ombra di quello che era veramente. Non era più una questione di debolezza.

Gettò uno sguardo distratto alle carte che giacevano sulla scrivania: ne prese in mano una a cui il giorno prima non aveva prestato molta attenzione, e si mise a leggerla. Diamine. Era una questione grave. Di sicuro queste cose non accadevano, quando c’era Hokuto a gestirgli il lavoro. E avrebbe anche dovuto assentarsi per più giorni. Sbuffò a causa della seccatura imminente. Avrebbe dovuto lasciare la casa in mano a Kamui per un po’, dato che a portarlo con sé non se ne parlava neanche. Ma forse sarebbe servito a mettere un po’ di quella famosa distanza tra loro due, a definire il confine tra ciò che potevano o non potevano permettersi. Decise dunque di parlargliene quando si sarebbe svegliato.

oOoOoOoOoOoOoOoOoOo

Quando Kamui aprì gli occhi, era più o meno mezzogiorno. Non realizzando l’ora, per alcuni secondi fissò la sveglia instupidito e imbambolato chiedendosi per caso se si trattasse di uno scherzo di cattivo gusto, prima di  ricordarsi degli eventi della sera prima. Le immagini di quella notte gli scivolarono davanti agli occhi, confondendolo, anzi no, mettendolo in una strana condizione di leggerezza: era da tanto tempo che non si sentiva così, e per questo permise a quella vaga sensazione di impadronirsi di lui totalmente. E fu di buon umore che si alzò: alla fine forse aveva davvero trovato il modo per ‘andare avanti’, per quanto doloroso fosse.

Una volta vestitosi, si recò in cucina; occorreva preparare il pranzo, e anche in fretta, a giudicare dall’ora. Subaru dormiva ancora, ma stando alle sue abitudini, si sarebbe svegliato tra poco; dunque mise a cuocere del riso, mentre controllava che il forno facesse il suo dovere evitando di carbonizzare tutto, come, con suo immenso dispiacere, era già avvenuto nei giorni scorsi. Sapeva di non essere un genio in cucina, ma il motivo per cui si era accollato quel compito nonostante fosse un tale disastro, era solo perché Subaru aveva dimostrato di essere peggio di lui. Era rimasto sconvolto dal constatare come l’intera sua alimentazione dipendesse dalla varietà di cibi  precotti che le multinazionali potevano lanciare sul mercato. Senza contare i giorni in cui saltava i pasti. Kamui aveva presto concluso che se avesse lasciato fare a lui, sarebbe morto di fame, quindi si era ingegnato a fare pratica tra i fornelli, anche se con tristi risultati. Ma Subaru non sembrava urtato dal fatto di consumare i suoi truci ‘esperimenti’, né gli aveva mai chiesto di smettere. Chissà, forse aveva perso il senso del gusto. Però ammetteva che la cosa gli aveva dato fiducia. Aveva anche iniziato a fare dei progressi, anche se minimi. Certo, si ritrovava spesso a rimpiangere la cucina di Sorata, ma si consolava pensando che anche se si trattava solo di cibi bruciacchiati, almeno aveva dato modo a Subaru di variare la sua dieta. Arricchendola, si spera.

Era passato un quarto d’ora, quando sentì dei passi dietro di lui. Si girò celere.

“Buongiorno, Subaru.”

“ ‘Giorno. È il pranzo, quello?”

Kamui annuì, anche se per un attimo ebbe l’irrefrenabile e soprattutto irrazionale desiderio di negare la cosa. No, decisamente non aveva la stoffa per fare il cuoco. E Subaru che continuava a farlo fare, doveva essere solo un folle masochista.

“Allora mangiamo?” aggiunse ignaro dei pensieri dell’altro, sorridendo. Kamui allora apparecchiò la tavola, mentre Subaru leggeva il giornale seduto sul divano. Era un’altra delle sue abitudini, quella.

/Come se un Sakurazukamori avesse bisogno di conoscere i perché del mondo./

Ma mise da parte quel pensiero con forza. Era inutile pensare ad una cosa del genere, non quando era stato lui a decidere di rimanere lì; rendeva solo le cose più difficili. Dunque lo chiamò a tavola mentre sistemava il cibo nei piatti. Avevano appena iniziato a mangiare, quando Subaru si arrischiò a rompere il silenzio.

“Temo che starò via un po’ di giorni a partire da oggi. Per lavoro, ovviamente.”

“Quanto?”

“Quanto cosa, scusa?”

“Quanto tempo.”

“Anche una settimana, se è necessario. Non saprei.”

Kamui non disse più nulla, dopo quello. Consumò pensieroso il suo pasto, con lo sguardo perso nelle profondità della stanza, quasi come se stesse pranzando da solo; poi si alzò, e dopo aver sparecchiato alla meglio, si ritirò nella propria stanza. Subaru trovò il tutto a tratti inquietante, ma evitando di fare commenti, lasciò che Kamui si comportasse come più desiderava. Non era mai accaduto che non tentasse nemmeno di iniziare un discorso. Subaru non era certo un tipo logorroico, quindi spesso era accaduto che Kamui parlasse per due, in un certo senso. Doveva essere stato anche mortificante per lui farlo, talvolta, ma non si era mai lamentato; sorridendo, aveva sempre nascosto ogni timore, ogni preoccupazione, come se lasciar trasparire qualche problema davanti a lui fosse un atto di cui non si sarebbe mai perdonato. Chissà se quel deciso cambiamento di rotta rispetto a qualche anno prima era dovuto al fatto che non si fidava più di lui, oppure al fatto che era cambiato, maturato, cresciuto.

Scosse la testa. In fondo non aveva alcuna importanza. L’unica cosa che contasse, era che Kamui sapesse che lui era in grado di capire cosa ci fosse nascosto dietro i suoi silenzi, i suoi sorrisi; come poi decidesse di reagire, erano fatti suoi. Sapeva che era grazie a questa consapevolezza, se Kamui poteva mantenere ancora un equilibrio, nonostante tutto. Ma tutto per cosa, poi? Perché Kamui potesse continuare a sorridere? Chiuse gli occhi, trovando il tutto intriso di un’ironia tremenda; perché il pensiero che Kamui continuasse a sorridergli in quel modo, come se tutto andasse bene, quando invece nulla era a posto, a volte gli faceva desiderare di tornare nella solitudine della sua stanza pur di non guardarlo.

oOoOoOoOoOoOoOoOoOo

Subaru lasciò la casa che erano le quattro, giusto il tempo di preparare una borsa in cui mettere il necessario per sopravvivere per più giorni fuori di lì. Prima di chiudere la porta, si girò verso Kamui, che lo salutò con un sorriso. Chissà, forse quella strana sensazione era stata solo un’illusione: forse Kamui tutto sommato, sarebbe stato benone anche senza di lui. Lo guardò meglio, sperando di non trovare che il viola dei suoi occhi in quello sguardo, ma vi scorse anche un’ombra leggera che ne guastava l’armonia.

“Che c’è?” chiese il ragazzo a disagio, sentendosi osservato. Nell’imbarazzo, aveva anche abbassato gli occhi.

Subaru scosse la testa, delicatamente, mantenendo un lieve sorriso sulle labbra.

“Niente.”

Aveva indovinato: sapeva che se Kamui aveva distolto lo sguardo, era perché c’era qualcosa che non andava. Peccato non ci fosse nulla che attualmente lui potesse fare. Per questo, dopo avergli sorriso per un’ultima volta, si chiuse la porta dietro le spalle. Che avrebbe potuto dirgli? Doveva andare. Non poteva rimanere lì e Kamui non aveva il potere di fermarlo. Ma esitò. Non capiva perché Kamui desiderasse così tanto la sua compagnia: non era in grado di capirlo. Ciò di cui era certo, era solo che ora era meglio mettere più chilometri possibili tra lui e quel ragazzo. Per proteggersi da lui? Probabile. Dopotutto quello era anche il motivo per cui gli aveva permesso di stargli accanto. Per questo finse di non sentire il leggero colpo dietro le sue spalle, segno inconfondibile che Kamui era ancora dietro la porta e si tormentava per qualcosa –forse per il fatto di non essere riuscito a fermarlo?- e se ne andò, quasi sperando che per quando sarebbe tornato, il tempo avrebbe sistemato per lui tutta quella serie di problemi.

Kamui, seduto per terra con la schiena appoggiata alla porta, sentì i suoi passi allontanarsi, veloci. Che uomo freddo era diventato: se n’era andato fingendo di non sentire quel colpetto secco contro la porta, il rumore della sua schiena che scivolava giù verso il suolo. Stava forse vivendo con una persona che non si curava per nulla di lui? Ma fare un pensiero del genere era egoista. Sperare che dopo averlo sentito reagire così non lo lasciasse lì in solitudine, era egoista.

Per cui si alzò, per dirigersi sul balconcino situato dall’altra parte della casa. Attraversando il corridoio deserto, venne colpito dal profondo silenzio che impregnava quelle mura, tanto che sentì il vago desiderio che queste non fossero così bianche, quasi come se tingerle di un colore caldo fosse abbastanza per donare loro la vita, o il calore di un abbraccio. Aprì la serratura della porta a finestra, e l’aria fresca lo colpì violentemente, provocandogli i brividi. Si sporse sulla ringhiera e guardò giù: era altissimo. Non soffriva di vertigini, ma rimase colpito dal baratro che si stendeva sotto i suoi piedi: era quasi sconcertante. Venne distratto da quel panorama dai rumori della città circostante; Tokyo riusciva a far sentire la propria presenza anche da quell’altezza. E poi c’era il vento a coprire il suono del silenzio.

Come se un po’ di rumore potesse servire a risolvere qualcosa.

Di mal umore, rientrò, e chiuse la porta. Attraversò di nuovo il corridoio, questa volta fermandosi sulla porta della stanza di Subaru, perfettamente in ordine, come se lì non vi avesse mai abitato nessuno. Che disdetta. Abitava con un uomo freddo che non solo non si curava per nulla di lui, ma che lo teneva lì con sé senza nemmeno degnarsi di dirgli il perché. Uccideva, non lo ascoltava, e non gli permetteva di parlare delle cose importanti. E tuttavia era ancora lì, accanto a lui. Con quel sorriso avvelenante dipinto sul viso, a ricordargli l’ombra di una persona che chiaramente non esisteva più.

“Allora è possibile perdere le persone anche se sono ancora in vita.”

Chiuse anche la porta di quella stanza. Non voleva più essere in grado di vedere nulla. Vivere lì, che senso aveva, se non aveva il potere di fare o di cambiare niente? E lui lo sapeva. Subaru lo sapeva perfettamente che stare lì non avrebbe portato a nulla di buono, e non lo lasciava andare. O meglio, Kamui non aveva fatto proprio niente per sfuggirgli.

Perché?

Un brivido gli scivolò lungo la schiena. E nella ricerca febbrile di una risposta a quella domanda, ricordò. ‘La preda del Sakurazukamori.’ Ne aveva sentito parlare: ognuno di quegli assassini ne aveva avuta una, secondo ciò che si diceva in giro; gli avevano detto molte volte di fare attenzione, negli scorsi quattro anni, e lui aveva giurato a se stesso che non sarebbe caduto in quella trappola, che non avrebbe commesso l’errore di diventare un passibile obiettivo per lui. Non si sarebbe trasformato da cacciatore in preda. Mai.

Eppure, aveva accettato di rimanere lì. Cosa voleva realmente? Cosa poteva dargli Subaru, che lui non avesse già? Vita, forse? Amaramente rise, e captò l’eco del suo stesso suono nelle orecchie, mentre rimbombava lievemente contro i muri nudi della casa. Aveva pensato a molte passibili risposte, negli scorsi giorni, ma non era riuscito a credere fino in fondo a nessuna di quelle eventualità. A che pro negare quella che sapeva essere la verità, allora? Per poter proteggere forse quel suo miserabile orgoglio, quella sua pretesa integrità? Erano poi davvero qualcosa di così necessario? No. Dunque perché non ammetterlo? Se aveva permesso a tutto questo di tradursi in realtà, era solo perché una parte di lui desiderava rimanere lì. Accanto all’unica persona che potesse capirlo.

/Che potesse ferirlo./

Imprecò. Come aveva potuto concedergli così tanto potere su di sé? Perché assecondava ancora quel suo folle comportamento, perché seguiva le regole di quel gioco?

Perché quello era un gioco. Il Sakurazukamori stava giocando con lui. E Subaru? Anche Subaru stava giocando con lui? E per vedere cosa? Fin quando avrebbe retto, per caso? Doveva andarsene, e in fretta anche. Aveva ben visto quali potevano essere le conseguenze psicologiche di tutto quello; Subaru ne era un esempio più che evidente. Non poteva permettersi di ridursi così, o perlomeno non per mano sua. Era innegabile che Subaru esercitasse su di lui un’influenza potente, ma era diverso che dal permettergli una cosa del genere.

Non era un ingenuo. Sapeva bene che era pericoloso, che qualora lui lo avesse già puntato quale eventuale ‘preda’, c’era ben poco che potesse fare. Fuggire non sarebbe mai stato abbastanza, a quel punto. E nonostante sapesse tutto questo, una parte di lui, quella che vedendo il sorriso di quell’uomo ci vedeva ancora il suo Subaru, non voleva stare in guardia. Non voleva dubitare di lui, voleva credere in lui; voleva stare con lui, alleviare la sua solitudine, la sua sofferenza, a costo di sacrificare quella altrui. Chi era ‘quella persona’? Chi era quell’individuo che da dentro gli urlava di fare questo? Di credere in questo.

Ciò lo spaventava. Non poteva fuggire e parte di lui non desiderava farlo. Sapeva che probabilmente quello in cui era coinvolto era un gioco crudele di cui Subaru era a malapena cosciente, ma la cosa lo irritava. Che senso aveva stare lì? Affezionarsi a lui sarebbe stato un errore. Se Subaru avesse voluto interpretare la parte del Sakurazukamori fino in fondo, la sua vita avrebbe preso una piega a dir poco spiacevole. Sarebbe bastato anche un solo momento di disattenzione per mettersi in guai seri. E non poteva garantire che prima o poi non si sarebbe immischiato nelle faccende di Subaru, né che non gli avrebbe fatto alcun discorsetto in preda alla rabbia. Non avrebbe più potuto rimanere lì, e nella peggiore delle ipotesi, sarebbe diventato la sua preda.

In un improvviso impeto di rabbia, colpì il muro con un pugno. Dannazione, e allora cosa avrebbe mai potuto fare? Fuori non riusciva a trovare un equilibrio. Qui, non poteva rimanere. Non poteva morire, e neanche fare nulla per nessuno.

Puoi semplicemente vivere, no?

Ci aveva provato. Studiare, trovare un lavoro, realizzarsi, in modo tale da poter morire soddisfatto, col sorriso sulle labbra. Avrebbe voluto ottenere la forza per fare tutto ciò, ma non ora, non in quel momento. Ora, era intrappolato lì, in un’intricata tela di ragno, in un delicato equilibrio psicologico. Ciò che gli poteva fare, era solo credere  in ciò che stringeva tra le braccia, per quanta rabbia gli facesse il fatto di non essere padrone della propria esistenza.

E capì anche che in realtà il pensiero di Subaru lo rendeva furente. Una persona che non aveva voluto permettere al proprio cuore di trovare mai alcuna pace fino ad arrivare a ridursi in quello stato, perché avrebbe dovuto salvarlo da un baratro, per gettarlo in un altro? E soprattutto, perché lui era ancora così importante per il suo cuore? Un debole che aveva scelto di non vivere, come poteva ancora procurargli certi problemi? In passato si era preoccupato profondamente per lui, gli aveva permesso di arrivare laddove a nessun altro era permesso, e tutto questo solo perché desiderava alleviarne le ferite. Lo sentiva simile a sé, e gli piaceva sentire la sua presenza accanto alla propria. Ma a dove aveva portato tutto questo? A niente. Lo aveva perso, come tutti gli altri. Anche lui lo aveva lasciato indietro, chiedendogli addirittura di perdonarlo. Che cosa imperdonabile, aveva pensato in ospedale, sotto osservazione. Sarebbe stato meglio che mi uccidesse. Sarebbe stato meglio che fosse svanito senza dire nulla, come fanno i morti. E invece, così gli aveva dimostrato di essere ancora in vita; per questo, lo aveva inseguito. E lui, osava coinvolgerlo in quel gioco psicologico.

Poteva non esserne cosciente. Data la sua nuova natura, non suonerebbe strano se lo facesse senza rendersene conto. Magari desiderava davvero solo aiutarlo, e lui si stava facendo un sacco di paranoie per niente, dubitando così di lui. Però, quello sguardo e certi suoi sorrisi, erano vuoti.

Kamui ne era certo. Una parte di sé poteva anche amarlo, ma l’altra parte lo odiava. Indissolubilmente, inevitabilmente.

“Desideri uccidermi?” No. Desidero cambiarti.

Avrebbe voluto piangere. Avrebbe voluto essere in grado di sussurrargli quelle parole, di riavere indietro la persona che era come se non fosse successo mai niente, come se quell’uomo e Fuuma non fossero mai morti. Ma non era possibile. Una cosa del genere, era anche la più insperabile.

Passò quelle ore guardando il nulla, incapace di fare alcunché, di trovare alcun rimedio. Solo quando cominciò a sentire il corpo dolorante per l’immobilità forzata, guardò l’ora: era tardi, doveva iniziare a prepararsi per andare al lavoro. Aveva perso il senso del tempo, in quelle ore? Ancora con la testa tra le nuvole, si vestì e si lavò, per essere fuori di casa mezz’ora dopo. Raggiunse il locale, mentre un mal di testa assurdamente potente lo assaliva togliendogli ogni fair play. Aveva solo voglia di prendere a calci il mondo. Era irritato oltre ogni dire: voleva sapere, voleva dire, voleva… non lo sapeva nemmeno lui, cosa volesse davvero. Ma comunque, tutto quello gli era proibito. In condizioni normali, non ci avrebbe pensato; l’avrebbe presa normalmente, era solo una delle stupide regole che quell’uomo aveva creato per tutelarsi, dopotutto. Ma non ora, non quel giorno. Divenne furioso. Fortunatamente, le cameriere del locale furono comprensive abbastanza da non avvicinarsi troppo, delicate al punto da non chiedere il motivo di quella rabbia. Tutte tranne una. Era una di quelle più fastidiose, che gli aveva fatto il filo sin dall’inizio, quasi senza tregua.

“Vuoi farmi il piacere di lasciarmi lavorare?” Sibilò.

“Oh-oh, come siamo velenosi, oggi.” E poi avvicinandosi pericolosamente “Sfoghiamo questa rabbia da qualche parte, ti va?”

Kamui non disse più nulla, cosa che fu interpretata probabilmente come un assenso, perché la ragazza gli si staccò di dosso facendogli l’occhiolino. Cosa stava combinando? Quello non era certo qualcosa con cui scherzare.

 Però qualcosa dentro di lui mise a tacere anche quella voce. Non voleva più essere in grado di pensare, per questo, quando alla fine del turno trovò la ragazza ad aspettarlo fuori, non si curò del fatto di fare la strada con lei, di condurla fino a quella ‘casa’, di farla entrare con sé, di sentirla lanciare gridolini di eccitazione perché aveva a disposizione un appartamento tutto per sé. Ne aveva abbastanza, di tutto. La vide lanciargli un’occhiata maliziosa mentre gli indicava il divano, quel divano su cui ‘lui’ aveva l’abitudine di sedersi a leggere il giornale, da cui ‘lui’ gli sorrideva, quando lo chiamava perché il pranzo era pronto.

Con quei sorrisi vuoti.

Ebbe l’impulso improvviso di distruggere ogni cosa, il divano come il suo sorriso, di ridurli, per sempre, a pezzi.

Ma tornò in sé. Cosa stava facendo?Aveva forse portato lì quella donna per ripicca? E nei confronti di cosa? Solo perché Subaru lo aveva lasciato lì? Il suo era un comportamento assurdo.

“Vai via, per piacere.” Sussurrò.

“Che dici?!”

Svanisci.” Vedendo l’espressione di Kamui, la ragazza se ne andò senza dire una parola, chiudendo la porta dietro di sé, lasciandolo da solo con la propria vergogna, il proprio orgoglio fatto anch’esso a pezzi, insieme a tutto il resto. Kamui si sedette sul divano, non permettendo però al suo corpo di rilassarsi; non poteva, non voleva, /non doveva/.

“Sei un grandissimo idiota, e anche un emerito stronzo, Kamui.” Da quella posizione si lasciò scivolare finché non si ritrovò steso sul quel divano e si addormentò, mentre il mondo in rosso & nero lo accoglieva tra le sue braccia.




Comments

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madhatter_hali
Dec. 14th, 2008 10:16 pm (UTC)
prima di tutto secondo me il titolo del capitolo è azzeccato^-^
secondo..fuuma è davvero una presenza costante nelle nostre viteXD
terzo kamui che si da dello stronzo da solo è fantastico
quarto kamui che prende a pugni il muro è fantastico
quinto kamui che si fa le seghe mentali pure per il fatto di non saper cucinare è fantasticoXD
sesto subaru che si mangia le schifezze di kamui perchè è masochista ha tutta la mia stimaXD
settimo kamui mi piace sempre di più ^-^
eris4
Dec. 15th, 2008 07:18 pm (UTC)
Ma che bel commento! *me lo rilegge più volte*XD
Eh si, Fuuma è proprio una presenza costante... Fin troppo!
Non ci crederai, ma non vedevo l'ora di scrivere le prodezze di Kamui ai fornelli. Poi però penso che é in queste cose che mi perdo via a scrivere pagine e pagine inutili, e cerco di trattenermi... ma è più forte di meXD *le pagine inutili e i personaggi inutili, sono i migliori*XP

Kamui... in questo capitolo l'ho un po' maltrattato... Mai come nel prossimo, però**XDDDD *la montagna di cadaveri returns*^^
madhatter_hali
Dec. 15th, 2008 09:28 pm (UTC)
siiii dammi sangue drina ti prego *-*
( 3 Fallen Leaves — Leave a leaf )