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Aggiornamento decimo capitolo


Si conclude con questo capitolo la seconda fase della storia. Il fatto che Kamui abbia visto Subaru uccidere, porterà ad una importante decisione e alla consapevolezza che ormai è troppo tardi per tornare indietro.

Title: *Love the Nemesis**
Fandom: X
Pairing: SubaruKamui
Warning: terza e ultima parte di un trittico di capitoli.
Summary: dove apprendiamo che un caso di schizofrenia sarebbe stato maggiormente gestibile.

NB Per i capitoli precedenti, cliccare il tag *love the nemesis*


*Love the Nemesis**

Capitolo X : Schizophrenia

Ciò che vide quando aprì gli occhi era Tokyo. L’ennesimo sogno, pensò, mentre muovendo qualche passo, notava come curiosamente da qualunque angolazione guardasse la città, la ‘luce’ non cambiasse: i palazzi, alti come grattacieli, anche avvicinandosi rimanevano neri, e il cielo, irraggiungibile, era colorato di rosso. Avanti a sé, i vicoli che si snodavano perdendosi nell’oscurità risultavano fiocamente illuminati da un bagliore che gli permetteva a malapena di distinguerli, ma nonostante ciò era in grado di vedersi perfettamente, come se brillasse. Era come essere in un disegno, in cui la chiarezza non dipende dalla luce del sole, ma dalla precisione con cui la matita abbozza lo sfondo, l’ambiente circostante: anche lì, tutto aveva l’aria di essere alquanto irreale, come se fosse fatto di cartone.

E ‘lo’ sentiva. Ancora, c’era quella cosa che lo cercava, lì; da qualche parte riusciva ad avvertirla, mentre si muoveva, si agitava, in sua attesa. Ma si riscoprì stanco; avrebbe voluto mettere subito fine a quello strazio, per quella notte ne aveva avuto abbastanza di scenari da incubo. Ma più cercava di aprire gli occhi, più il mondo in rosso&nero lo teneva stretto a sé. Si arrese, mentre meccanicamente si dirigeva in un posto più riparato, più sicuro: non aveva voglia di fronteggiare quella creatura, o perlomeno non quella notte. Avrebbe aspettato la prossima occasione. Si infilò in un vicolo più stretto degli altri, mentre il terrore di ‘lei’ si faceva più potente. Era come un fetore di morte, che inalava a fatica desiderando di sfuggirgli.

Imboccando il primo vicolo, si ricordò di quando, cercando Arashi, si era quasi perso tra gli stretti vicoli dei bassifondi di Tokyo, mentre il suo istinto gli diceva di andarsene. Testardo era rimasto, e cosa aveva ottenuto? Entrare in quel mondo, non era forse stato come fare un passo indietro? Continuava tuttora a fuggire, senza sapere perché, senza neanche uno scopo. Non era cambiato nulla rispetto ai quattro anni passati inseguendo Subaru, ciò che sapeva fare era solo scappare, sfuggire alla ‘vita’. Se non si cambia, anche tornare nel mondo della luce è inutile: in quel modo non aveva fatto che sottolineare la sua profonda miseria, la sua enorme paura di sbagliare tutto di nuovo, ed era ripiombato nelle tenebre. Ma era ora di crescere, anche per lui, e il modo migliore per iniziare era uscire da lì. Raccogliendo tutta la risoluzione di cui era capace, si guardò attorno cercando di costruire mentalmente una mappa del posto, ma lasciò perdere quando notò che le strade sembravano apparire e svanire a seconda della ‘luce’, come in un caleidoscopio. Avrebbe dovuto andare a istinto e stare attento a vagliare tutte i sentieri che gli si presentavano avanti.

E il pensiero, fastidiosamente, tornava sempre lì, a Subaru. Sapeva già che quell’uomo era un assassino, no? Allora perché gli dava così fastidio? Che uccidesse altre persone. Erano criminali, in fondo. Persone pericolose per il governo. Ma non erano vite umane anche quelle? Non era dignità anche questa? Non riusciva a capire. O forse capiva, ma non voleva ammettere a se stesso che non era quello il punto, che se Subaru uccideva, era solo perché era un Sakurazukamori, non perché costruisse assurde gerarchie nella sua mente. Con quel volto, uccideva. Con quel volto, gli sorrideva. Due persone nello stesso corpo, come uno strano caso di schizofrenia. Se non fosse stato sicuro che non era possibile, avrebbe quasi creduto che Subaru ne fosse affetto.

Ma per quanto la negasse, ormai aveva compreso la cruda verità, era il suo Subaru a non esistere. Anche il suo sorriso era una menzogna. Era solo lui, Kamui, a pretendere di scorgervi anche dell’altro oltre al Sakurazukamori, anche se era chiaro che era inutile. E gli avvenimenti di quella notte ne erano stati la prova.

Si perse. Immerso in quei cupi pensieri, non aveva fatto la minima attenzione a dove girava, dunque si ritrovò in un piazzale su cui affacciavano due archi ricoperti d’edera che non aveva mai visto prima. Non che avesse mai saputo dove si trovasse fin dall’inizio, ma aveva notato che le strade che apparivano e sparivano erano più o meno sempre le stesse. Irritato, prese l’arco di sinistra, ma fatti alcuni passi, sentì il dolore, il terrore, l’ansia, l’aspettativa, tutti i sentimenti che provava, farsi più forti, all’improvviso. La creatura era vicina. Incerto, provò a guardarsi indietro, ma non vide che il nulla: il sentiero si era trasformato in un vicolo cieco.

Scattò in avanti, nel tentativo di raggiungere l’uscita prima che quella ‘cosa’ la bloccasse, mentre il cuore gli martellava nel petto. Sarebbe cresciuto un’altra volta, sarebbe maturato in un’altra occasione, ora doveva scappare, o sarebbe morto per il terrore. Non voleva vederla. Non doveva vederla. Non quel giorno. Non quella notte.

Raggiunse l’inizio del vicolo in fretta; velocemente decise di svoltare a destra, mentre con la mente cercava di avvertire da dove sentisse provenire più forte la tensione per lei, ma fu costretto a procedere alla cieca, dato che non riusciva a distinguere quasi nulla, nella semioscurità del sogno. Era come se ‘lei’ fosse in più parti lungo il percorso. Svoltò ancora a sinistra, questa volta camminando cautamente, sentendo di non star facendo altro che avvicinarsi, nonostante i suoi sforzi. Proseguì diritto, mentre con sollievo sentiva la sua presenza svanire. Il respiro, mozzo fino a quel momento, riprese a farsi più regolare, mentre il cuore si calmava. Salvo, per un pelo.

Che stolto. Pensavi di esserti liberato così di me?

Il terrore tornò all’improvviso, fortissimo, inevitabile; sentiva che se avesse svoltato, se la sarebbe trovata davanti quella cosa, quindi si fermò, appoggiando la schiena alla parete. Che fare? Scappare fino al risveglio? E come, se non poteva svegliarsi prima del compiersi dell’incubo? Anche nel sogno precedente aveva desiderato svegliarsi da subito, ma inutilmente. Per caso a lui che aveva cambiato il destino del mondo, ora non era nemmeno più permesso di cambiare il corso di un misero sogno? Scosse la testa: si sarebbe lambiccato su questa questione un altro giorno. Ora, per uscire di lì, cosa era necessario che capisse? Doveva svanire, e in fretta. Ma come?

All’improvviso il muro contro cui era appoggiato svanì, rivelando un altro vicolo buio: lo imboccò, deciso a usarlo per guadagnare tempo per pensare, ma poi si fermò. Che senso aveva? Più andava avanti e più lei si avvicinava. Era solo un sogno dopotutto. Qualunque cosa gli fosse successa, anche la più orribile, sarebbe svanita al risveglio. Era solo illusione, no? Che senso aveva scappare a quel modo, dunque? Nessuno. Proprio nessuno.

Si girò. Questa volta il pezzo si corridoio dietro le sue spalle non era svanito, segno che aveva visto giusto: se non avesse fatto qualcosa, quella si sarebbe trasformata in una tremenda caccia al topo, altroché. La creatura sarebbe arrivata da lì, lo sentiva. E sentendo dei passi avvicinarsi, seppur preda dell’aspettativa, fece inconsciamente un passo indietro. E un altro, e un altro ancora, finché si sentì mancare la terra sotto i piedi. Si aspettava di sentire l’impatto col suolo, cosa che invece non avvenne. Stava precipitando in un baratro buio, ma non riuscì a emettere nemmeno un suono; l’unica cosa di cui si avvide prima di essere ingoiato dalle tenebre, fu la trista figura di Subaru che lo fissava dalla cima del precipizio.

 

Riaprendo gli occhi, si mise a sedere di scatto. Il cuore, ancora prigioniero del terrore che aveva provato nel sogno, gli batteva forte; la mente, vuota. La creatura era Subaru? Non aveva alcun senso. Perché mai quella ‘cosa’ che aveva infestato i suoi sogni sin dall’incontro con Arashi, e di cui inspiegabilmente aveva terrore, avrebbe dovuto essere Subaru? A meno che non si trattasse di lui, e che quella creatura di cui aveva terrore non fosse invece il Sakurazukamori. Ma rabbrividì; non poteva essere. Perché mai avrebbe dovuto aver paura di lui? Solo in quel momento ricordò gli avvenimenti di quella notte, come un incubo che pian piano riaffiora alla mente. Il mare di cadaveri. Il sangue sul suo volto pallido. La sensazione che quell’uomo fosse qualcuno da cui non si poteva fuggire. Non poteva essere, eppure non riusciva a smettere di pensarci: aveva paura del Sakurazukamori e per questo scappava da lui.

Scacciò quel pensiero in malo modo, costringendosi a svegliarsi dall’avvelenante maleficio che quelle parole avevano gettato su di lui. Quel sogno probabilmente era stato ispirato da quanto aveva visto quella notte; ne era rimasto suggestionato e doveva aver sovrapposto la figura di quella cosa a Subaru. Quella creatura, che sembrava un denominatore comune a tutti i suoi sogni, non poteva essere lui; era impossibile e anche troppo semplice da credere. Prima di tutto non poteva dire di provare terrore per il Sakurazukamori, dato che anche l’averlo inseguito per tanto tempo non gli aveva mai procurato problemi del genere. In secondo luogo, la sensazione che provava in presenza di quella creatura era nuova; era sicuro di non aver mai provato qualcosa di simile in tutta la sua vita. Era come se fosse disumana, come se non fosse in grado di provare amore. Pensare che si trattasse di Subaru era assurdo.

Anche se Subaru aveva appena compiuto una strage sotto i suoi occhi.

Premette il volto contro il cuscino nel tentativo di soffocare lo shock, mentre nella sua testa continuavano a girare le scene di poche ore prima. Erano tutti morti. Una ventina di persone, accatastate l’una sull’altra, che non erano più tali, pur recando ancora sul viso l’espressione di chi vive, di chi scopre all’improvviso di voler esistere ma di non poterlo più fare. E poi c’era un’altra questione: non tutti quelli che erano morti quel giorno erano esseri umani. Non ne aveva un chiaro ricordo, ma gli era sembrato che alcuni avessero una strana conformazione scheletrica; ed erano grossi, pelosi. Bestie, appunto. Poteva essere colpa della droga? Aveva sentito parlare di laboratori sotterranei: per caso si trattava di un farmaco che stavano ancora testando? Scosse a testa; immaginare una cosa del genere era roba da film, fantascienza pura.

Piuttosto, il governo avrebbe mandato il suo sicario personale ad occuparsi di un caso per cui un blitz della polizia sarebbe stato più indicato? Era probabile che avessero mandato il Sakurazukamori perché c’era qualcosa che aveva a che vedere con l’occulto; un segreto che probabilmente non volevano cadesse nelle mani della polizia. In effetti, come avrebbero potuto dare l’ordine a degli agenti di operare un massacro per cancellare le prove, senza alzare un polverone tra i giornalisti? E quei criminali costituivano davvero una minaccia per il Giappone odierno?

Almeno era chiaro che l’assenza prolungata di Subaru era legata a quel caso. Ma se doveva rimanere a Tokyo, perché avrebbe dovuto comportarsi come se avesse dovuto andarsene più lontano? Non poteva condurre le indagini da casa, come al solito? Era forse a causa sua? Ma cosa avrebbe potuto esserci di tanto importante o pericoloso da nascondere, da preferire d’andarsene? Sapeva che accettando di abitare con lui, ci sarebbero state cose che non avrebbe più potuto cercare di scoprire; ma allora perché faceva così dannatamente male? Aveva pensato che non avrebbe avuto importanza, che anche vedendolo uccidere non sarebbe cambiato nulla, eppure il cuore gli faceva male come se fosse stato appena pugnalato. Non riusciva nemmeno ad odiarlo; il dolore, in quel momento come il giorno prima, era rimasto immutato, non si era lasciato alterare da altri sentimenti. Forse perché aveva capito che la persona che aveva incontrato quella notte non era il suo Subaru, ma l’uomo che glielo aveva portato via.

In preda allo sconforto, ebbe di nuovo l’impulso di abbandonare quella casa. Di nuovo avrebbe voluto essere in grado di arrabbiarsi, di urlare, di guardarlo negli occhi mentre gli esprimeva il suo disprezzo; eppure anche ora non riusciva ad odiarlo. Se era un Sakurazukamori, lo era per scelta; dunque, perché doveva soffrire per qualcosa contro cui non poteva nulla? Non era meglio andarsene, smettendola coi sogni e con quell’insulsa speranza di volerlo cambiare? Perché doveva ancora credere in cose del genere? Se voleva maturare, diventare più forte, poteva farlo ovunque, no? Dato che doveva soffrire comunque, non era la stessa cosa, lì o da un’altra parte? Come animato da questo nuovo pensiero, guardò la porta: poteva davvero andarsene. A giudicare dal silenzio che regnava, non c’era nessuno in casa, nessuno che gli impedisse di rompere l’accordo svanendo. Ma la sensazione che questo fosse esattamente ciò che Subaru voleva, lo bloccò.

Se scappassi, lui mi lascerebbe andare?

Kamui si alzò in piedi. Proprio perché la risposta era si, prima di andarsene doveva vederlo. A tutti i costi doveva chiedergli spiegazioni; non importava se lui poi, sorridendo, non gli avesse risposto; doveva parlargli. Vivere al suo fianco quanto bastava per raggiungere un equilibrio, e poi lasciarselo dietro, per sempre: non era forse questo, quello che Subaru aveva voluto fare, invitandolo lì? E lui invece si era lasciato trascinare da lui, da problemi che non dovevano competergli, dal desiderio di cambiarlo per poterlo avere ancora per sé, come una volta. Anche se sapeva che attualmente era impossibile.

E qui si ricordò di quello che gli aveva detto la prima volta che si erano rivisti:

“È casa tua…?”

“Si. Una delle tante.”

E se ora stesse alloggiando in un’altra casa, che magari era diventata la sua dimora fissa, e non fosse più tornato? In ansia si diresse verso la stanza di Subaru. Con sollievo notò che tutte le sue cose erano ancora lì; probabilmente quel brutto presentimento era stato solo una sua paranoia. Forse era solo uscito momentaneamente, come faceva spesso. Ma allora perché sentiva che se non avesse fatto qualcosa, non lo avrebbe più visto? Era forse colpa del fatto che ormai non lo vedeva da po’? Era per quello che aveva così paura? E poi, quel timore: da cosa derivava? Troppe domande e nessuna di quelle aveva una risposta precisa.

Decise di calmarsi, di mangiare qualcosa e di distrarsi; avrebbe pensato in seguito a cosa sarebbe stato meglio fare, ora era necessario che si schiarisse un po’ le idee, cercando di non sforzarsi eccessivamente a causa del colpo che aveva ricevuto il giorno prima, e che gli doleva ancora abbastanza. Solo allora notò che stretta attorno al proprio collo, c’era una fasciatura maldestra che prima non aveva notato, fattagli probabilmente la sera prima dallo stesso Subaru, e sorrise un po’ nell’immaginarselo mentre si sobbarcava in imprese di cui non era minimamente pratico solo perché era preoccupato per lui. Erano il genere di gentilezze che di lui aveva tanto amato in passato, ma che ora gli facevano male.

Lo squillo del telefono lo distrasse da quei pensieri; chiedendosi se non potesse essere lui, si precipitò in sala e alzò la cornetta, per scoprire che si trattava solo di un suo collega di lavoro.

“Oh, sei tu. Che c’è?”

“Ehi, cos’è quel tono deluso? Qui c’è una baraonda che nemmeno ti immagini. Stattene a casa, ti conviene.”

Si riferiva ai fatti di ieri, era evidente. Con tutti quei cadaveri, doveva esserci una certa agitazione lì intorno. Doveva far finta di nulla? Ma l’altro, sentendolo tacere, lo tolse dall’impiccio di rispondere.

“Lascia stare, te lo dico io. C’è un cordone di polizia che non finisce più, e tra ambulanze che vanno e vengono, è un manicomio.”

“La… polizia ha detto qualcosa?”

“Mah, alcuni dicono che ci sia stato uno scontro tra bande finito in tragedia, altri invece, che si trattava di una di quelle sette strane, in cui alla fine ci si suicida tutti in gruppo per incontrare Dio. Cose da pazzi, non trovi?”

“E sono tutti morti…?” Nessun sopravvissuto?

“A quanto pare si. Devo andare; comunque non venire oggi, capito?”

Kamui sospirò. Ora sapeva esattamente cosa fare.

“Di’ al proprietario che mancherò per l’intera settimana, per favore.”

“Cosa? E come faccio? Non mettermi nei guai con …”

“Ti prego!”

Ci fu un lungo secondo di silenzio.

“E va bene. Ma gli dico che ti è morta la nonna e devi tornare a casuccia per organizzare i funerali.”

Ci pensò su due secondi: non era carino nei confronti della sua ipotetica nonna, ma dato che non aveva idea di chi fosse, né se fosse effettivamente ancora in vita, optò per quella scelta, riservandosi, qualora l’avesse mai incontrata, di chiederle scusa per la mancanza di rispetto.

“Grazie.”

Attaccò. Si sentiva come uno che aveva appena fatto la mossa più azzardata della sua vita, nonché la più stupida. Avere la prova da un esterno che quella tragedia c’era stata davvero, gli aveva schiarito le idee. Era inutile continuare a tormentarsi inutilmente, fin dall’inizio la domanda a cui rispondere era stata una sola: doveva rimanere o andarsene?

Non aveva senso rimanere, se il suo Subaru non esisteva, come non aveva alcun senso cercare di cambiarlo se si era sacrificato per diventare Seishiro. Per andarsene però, doveva parlargli, anche a costo di farsi licenziare a causa dell’assenza. Aveva chiesto una settimana nella malaugurata ipotesi che Subaru avesse manifestato l’intenzione di non tornare a breve; pensandoci meglio, non aveva nemmeno la certezza che sarebbe tornato davvero, ma al lavoro non poteva chiedere più giorni di così. A dargli fiducia, c’era il fatto che tutta la sua roba fosse ancora nella sua stanza; che se avesse voluto andarsene davvero, avrebbe sgombrato prima che lui si svegliasse. Ma a dargli la sicurezza che lui non sarebbe tornato, c’era il fatto che ogni volta che si era preso cura di lui, era rimasto al suo fianco fino al risveglio. Aveva fatto così persino quando era svenuto per la faccenda di Arashi, ed erano quattro anni che non si vedevano. Se non se n’era dimenticato, perché ora non era qui?

Scosse la testa sconsolato, mentre si dirigeva in cucina per mangiare qualcosa.

oOoOoOoOoOoOoOoOoOo

Era ormai passata una settimana, e Subaru iniziava a chiedersi per quanto tempo potesse ancora continuare ad evitarlo. Era indubbio che fosse stato beccato in un momento in cui non avrebbe mai voluto essere visto, ma comportarsi in quel modo non contribuiva certo a migliorare le cose. Doveva tornare. Ma per dirgli cosa, poi? Era folle da parte sua pretendere ancora qualcosa. Senza contare che la reazione di Kamui avrebbe potuto essere imprevedibile. Era infantile rifiutarsi di tornare, ma sapeva che non sarebbe mai riuscito a reggere il suo sguardo, non dopo aver desiderato per tutto questo tempo di celare ai suoi occhi il suo io Sakurazukamori. E anche se in qualche modo tutto fosse andato a posto, quanto era successo equivaleva a dare a Kamui il permesso di fargli delle domande a cui non voleva ancora rispondere.

Non c’era altra soluzione: avrebbe lasciato che se ne andasse, avrebbe rinunciato al folle proposito che lo aveva spinto a chiedergli di convivere con lui. Era necessario, per lui e per Kamui; non per essere felici, ma per non rendere le cose più complicate di così. Avrebbe vissuto nella speranza che quel futuro non si avverasse, pur non facendo nulla per cambiarlo. Era pericoloso, ma era sicuramente meglio che tenersi accanto una persona che, contrariamente alle proprie intenzioni, non avrebbe fatto altro che ferire.

Guardò l’orologio: secondo le informazioni di uno dei Sakurazuka che lavorava per lui, Kamui si era recato al lavoro quel giorno, dopo essere mancato per l’intera settimana. A quanto pare aveva usato la scusa di un funerale per ottenere il permesso, ma se fosse mancato anche oggi, sarebbe stato licenziato, dunque era stato obbligato ad andare. Dunque questo era il momento ideale per andare a prendere la propria roba e scomparire senza ferire più di tanto nessuno. Quindi, risoluto, si diresse verso casa; per non essere visto dalla reception, come al solito, dopo aver temporaneamente disinserito l’allarme con un incantesimo, entrò in uno dei corridoi secondari del palazzo tramite una delle finestre, e salì fino al proprio appartamento. Qui, non sentendo alcun rumore provenire da dentro e mantenendosi il più silenzioso possibile, aprì la porta con le proprie chiavi, ed entrò, sempre controllando che da fuori non lo vedesse nessuno.

“Sapevo che saresti tornato solo a patto che io non fossi qui ad aspettarti.”

Subaru, nel girarsi e vedere Kamui dietro di lui, si sentì un immenso idiota. Che diamine di informazioni gli aveva passato, quello? Ora, a causa di quell’incontro, tutto sarebbe diventato infinitamente doloroso.

Vedendo che Subaru gli aveva dato la schiena per andarsene, Kamui scattò in avanti e lo fermò prendendolo per un braccio.

“Che fai, scappi? Ancora, scappi? Codardo…”

Subaru sapeva che se si fosse girato verso di lui, se avesse visto quel volto addolorato guardarlo implorandolo di rimanere lì, non ce l’avrebbe fatta ad andarsene. Lo sapeva, eppure, si voltò lo stesso. Chissà perché Kamui mostrava proprio a lui una faccia del genere. A lui che non era più degno di soddisfare le aspettative altrui.

“Perché vuoi che io resti?”

Quello era il suo Subaru.

Indubbiamente, sicuramente, era lui; non avrebbe potuto essere nessun altro, con quell’espressione affranta, quegli occhi languidi. Il Sakurazukamori non sarebbe mai riuscito a fingere un dolore del genere. Doveva rimanere, allora? Poteva farlo? Non era senza speranza il fatto di volerlo cambiare poco a poco? Eppure era innegabile: fuori era buio e Subaru era così; era il suo Subaru, anche se era notte fonda e avrebbe dovuto essere il Sakurazukamori. Questa era una realtà che non poteva essere cambiata, e che suo malgrado lo rendeva immensamente felice, perché gli dava la certezza che il Subaru in cui aveva creduto, non era solo una maschera, ma esisteva realmente.

Quella notte, si era dato un ultimatum: se Subaru non fosse tornato, avrebbe deciso di rinunciare a lui. Avrebbe dovuto andare al lavoro, è vero, ed era sceso anche di casa per andarci, ma all’ultimo non aveva potuto resistere alla tentazione di tornare indietro e chiamare il direttore per chiedergli un’ultima giornata di permesso. Questi, conciliante, gliela aveva permessa, nonostante a quell’ora avesse già dovuto essere lì; e gli aveva detto di prendersi tutto il tempo necessario per ricordarsi quali fossero le cose davvero importanti. Probabilmente si riferiva alla perdita dell’ipotetica nonna, ma quelle parole tuttora lo sostenevano. Quella casa, era importante. Stare lì era importante, con Subaru, il suo Subaru, il Subaru che conosceva. Quel tempo era prezioso; per questo lo avrebbe aspettato ancora nonostante non lo meritasse. Ma lui era tornato. Ed era se stesso.

“Non lo so, davvero. Ma se adesso te ne andrai, ti odierò per il resto della mia vita.”

Il viso di Subaru sbiancò. Kamui non seppe ben identificare il sentimento che per un attimo sconvolse il viso di quell’uomo, ma doveva essere qualcosa di estremamente simile alla paura, al terrore. Non avrebbe saputo dire perché avesse reagito in quel modo, ma si permise di non farci troppo caso. Voleva fidarsi di lui, almeno in quel momento, almeno per quella notte.

Subaru, dopo quell’attimo di smarrimento, chiuse gli occhi, cercando di ricomporre l’espressione del viso, di riacquistare la calma.

“È così, dunque?” È il destino.

“Cosa?” Chiese incerto Kamui, ma Subaru si limitò a sorridergli. Era un sorriso tormentato, ma vero; un’espressione che gli impedì di insistere con altre domande. Doveva fidarsi di lui. Voleva farlo. Per questo non gli avrebbe chiesto nulla.

“Sono tornato.”

Non se ne sarebbe più andato. E questo pensiero gli fece venire le lacrime agli occhi.

“Allora, bentornato.” Sussurrò, mentre si copriva il volto con le mani, per impedire a quell’uomo di vedere le lacrime che gli solcavano il viso.